MEADE 102/920 ED EMC

Anno 2018 e 2019

La foto di copertina qui sopra è tratta dal catalogo Meade dell'inizio degli anni '90. Curiosa la scritta sulla ghiera che riporta una focale di 900 millimetri, probabilmente una delle primissime realizzate con errore di serigrafia. Una vera "chicca" possederne uno...

INTRODUZIONE

Il Meade 102-920 ED EMC è stato il mio primo rifrattore “apocromatico”. In sua compagnia, acquistato di seconda mano presso Miotti Ottica (Milano) sul finire del 1995 in versione "solo OTA" al costo non popolare di 2.400.000 lire, ho osservato centinaia di astri e la bellissima cometa Hyakutake.

Appariva ai miei occhi molto più corretto e prestigioso del Vixen 102M allora in mio possesso e fu un ottimo compagno di avventure. Comprendere come mai al tempo lo abbia venduto è per me ancora un mistero di gioventù.

Su questa serie di rifrattori Meade è stato scritto molto, il più delle volte con poca cognizione tecnica, e sono state create leggende (peraltro negative) che pur con un fondo di verità hanno sempre dimenticato di citare gli aspetti di pregio del progetto Meade.

Tralascio ogni considerazione sui costi dell’epoca e sulle montature serie LXD destinate a sorreggere i rifrattori ED da 4, 5, 6 e 7 pollici e mi concentro sul progetto ottico originario per cui Meade scelse, probabilmente, la via più difficile. Il doppietto di produzione HOYA prevedeva un elemento “ED” in vetro FK01 a formare il crown accoppiato ad un flint in KF3. Il valore di Abbe del crown, pari a 81.61 (di un niente migliore ad un più conosciuto FPL-51), garantiva una correzione cromatica molto buona con il rapporto di apertura a f9 pur nella costituzione a doppietto. Il problema della scelta Meade era relativo alla mancanza di adeguata tecnologia per il coating di un crown in FK01 che, per via della sua delicatezza, mal tollera strati di antiriflesso complessi che tendono a tensionarne la superficie.

Le caratteristiche del vetro e la possibilità di lavorazione e protezione dell’elemento ED imposero di adottare uno schema di tipo Steinheil, con la posizione del crown posteriore al flint, e un incremento del costo di produzione finale.

La maggiore curvatura dei raggi delle lenti necessari allo Steinheil rendeva più costoso il vetro (che nasceva con blank più spessi), la sua lavorazione, e critica la loro gestione meccanica. Per contro la resa cromatica appariva superiore, almeno a progetto.

In effetti, la curva di correzione cromatica in relazione alla lunghezza d’onda nello schema Steinheil e con il vetro impiegato (H-FK01) appare estremamente buona con uno scostamento rilevabile dal fuoco mediano dei 580nm. solo nel rosso e blu spinto.

Il progetto Meade appare quindi sotto molti aspetti (e la mancanza di coating del vetro ED è a mio modo di vedere un aspetto intrigante, così come lo schema Steinheil) accattivante e molto più appetibile di un qualsiasi Fraunhofer con vetri esotici, indipendentemente dalla resa finale sul campo.

Se mi si permette un paragone automobilistico vedo i rifrattori ED Meade di prima serie un po’ come la Lamborghini Jalpa dei primi anni ’80 (derivata dalla quasi-concept "Silhouette"): una sportiva raffinata e innovativa con qualche malcelata rozzezza che però, all’atto pratico, rischiava di essere “bruciata” da GT più banali ed economiche.

A questo proposito vorrei separare la storia dei Meade 102/920 da quella dei fratelli maggiori e specialmente delle versioni da 6 e 7 pollici. I grossi doppietti non hanno quasi mai avuto modo di lavorare in modo corretto a causa di una errata progettazione della cella che vede la frizione generata dalla ghiera filettata di blocco, che comprime il flint anteriore verso il crown, deformare in modo impercettibile ma deleterio l’anello spaziatore di gomma tra le due lenti. Addio ortogonalità delle tangenti e addio prestazioni…

La medesima tecnologia era impiegata anche sul 5 e 4 pollici ma, soprattutto su quest’ultimo, il ridotto diametro faceva sì che il problema fosse molto relativo. In effetti, la maggior parte dei Meade ED da 102 mm. performavano in modo egregio (era così anche quello in mio possesso) tanto da meritarsi una schiera “settaria” di fan con molte ragioni dalla loro parte.

A numeri puri in mano e simulazioni è infatti indubbio che un “vecchio” 102/920 ED Meade degli anni ’90 sia otticamente leggermente più coretto rispetto ad un pari dimensioni Synta di due decenni più giovane, e questo anche in barba ad una pur migliore trasmissione generale del doppietto moderno garantita da superiori trattamenti ottici.

A questo si aggiungono due plus ai quali non sono insensibile e che pesano nella valutazione di un prodotto, anche in relazione al suo periodo di commercializzazione.

L’intubazione Meade era molto ben fatta e lo strumento bilanciato dal punto di vista estetico con una livrea bianca e grigio scura. Inoltre, il focheggiatore da 2,7” con escursione generosa appariva all’inizio degli anni ’90 quasi unico nel panorama commerciale generale.

Che questi focheggiatori fossero non molto precisi e palesassero qualche tolleranza di troppo è vero (così come è altrettanto vero che possono essere sistemati "in modo accettabile" con un minimo di lavoro), ma poter impiegare i grossi e costosissimi oculari SWA da 2 pollici rappresentava un “arrivo” non da poco per gli astrofili di allora con propensione alla spesa (a record di cronaca il Meade SWA da 40mm., un bestione da 2 pollici con un campo apparente di 68°, costava più di un milione di lire).

Foto sopra (non dell'autore): Estratto della brochure MEADE dell'epoca raffigurante il 102 ED

installato sulla sua montatura LXD-650.

A fronte di quanto fin'ora detto credo sia ben evidente quanto il desiderio di avere nuovamente uno di questi 10 cm. apocromatici non meritasse di restare insoddisfatto.

Pur non potendo valutare a banco ottico lo strumento (come accadde per la mia prima esperienza con Miotti) ne ho acquistato uno da un astrofilo lontano sperando che la lavorazione fosse di buon livello e la mia perizia a collimarlo sufficiente a garantirmi un telescopio da trasferta capace di prestazioni interessanti.

ARRIVO E BREVE RESTAURO

Ho dovuto attendere lungamente per ricevere lo strumento e quando è arrivato non lo ha fatto nel migliore dei modi presentandosi in condizioni un poco dimesse e con la tristezza di uno strumento valido ma esteticamente non mantenuto al livello meritato.

Il tubo era sporco, il paraluce presentava parti segnate a pennarello con “frecce” che indicavano il verso di montaggio (roba dell’altro mondo!!) e il focheggiatore sembrava chiedersi inerme chi lo avesse tanto bistrattato sino ad allora.

Vite per vite ho provveduto così a smontare completamente il rifrattore nel tentativo di restituirgli la corretta funzionalità e un aspetto degno di un apocromatico.

L’ottica è stata ripulita (benché presentasse solamente un sottile strato di polvere sul crown interno) e il tubo sistemato con amore. Il focheggiatore  invece mi ha fatto dannare sia per lo stato di degrado dei pattini interni e del grasso di frizione che (soprattutto) a causa della non corretta assialità del perno di trascinamento della cremagliera.

Nelle condizioni di arrivo mi sono sinceramente chiesto come potesse essere utilizzato dai precedenti proprietari e ho finito per domandare scusa al povero Meade per le scarse attenzioni ricevute prima di giungere nella nuova e amorevole dimora.

Il “Colonnello Kurtz” (così ho ribattezzato il rifrattore in onore di un personaggio televisivo e di fantasia di tanti anni fa, compagno di Joe Denti in alcune trasmissioni tra cui la esilarante S.O.S) ha comunque dimostrato di apprezzare le mie cure ed è risorto, lusingato dal calore del mio abbraccio, per concedermi i suoi servigi.

CARATTERISTICHE

Dare il giusto merito al 4 pollici di casa Meade, ancora realizzato quando molto veniva lavorato e prodotto in Costa Mesa, significa soprattutto non confonderlo con la cianfrusaglia cino-orientaleggiante prodotta negli anni della massificazione del concetto “consumer”.

Tralasciando le prestazioni pure, di cui parleremo a seguire, l’analisi statica dello strumento lo pone su un livello superiore ai diffusi e molto più economici 100 ED in FPL-51 o 53 del gruppo Synta.

Spessore dei tubi, componentistica delle celle, numero dei diaframmi interni, peso e impatto visivo pongono il prodotto Meade degli anni ’90 su un piano più "professionale" conferendogli anche una durabilità maggiore.

Nonostante questo il suo focheggiatore richiede una messa a punto certosina per lavorare in modo quantomeno accettabile. Quando però, dopo il giusto impegno e dopo aver accettato un “peso” di trascinamento maggiore, il sistema di focheggiatura è assestato si può beneficiare di un elemento solido e quasi privo di basculamenti anche in prossimità della massima estrazione (peraltro generosa e tale da consentire di gestire varie tipologie di treno ottico).

Non posso comunque promuovere il gruppo focheggiatore Meade ma gli riconosco una modernità eccezionale per i tempi e una buona versatilità pur non potendo competere con i moderni crayford ibridi di ultima generazione. Al tempo stesso lo considero superiore ai crayford tradizionali (quelli che vengono per capirci venduti a prezzi compresi tra i 150 e i 180 euro) e che sono, a mio personalissimo giudizio, i peggiori focheggiatori oggi commercializzati ma per i quali l'impiego di manodopera low budget ha consentito ampi margini di profitto (...). 

Ora, prendendovi sottobraccio e chiacchierando a voce bassa, non posso comunque esimermi dal consigliarvi di tenerlo se il vostro target sia quello visuale e di sostituirlo con qualcosa di migliore (e se volete il quasi massimo senza spendere assurdità il fok TS da 2,5 pollici è ciò che fa per voi...) se invece volete fare della fotografia la vostra missione.

Nell'immagine sopra (non dell'autore) lo Skywatcher 100/900 ED viene presentato nel migliore dei modi. Lo strumento è però molto più "economico" del Meade oggetto del nostro test, inoltre sembra che alla Skywatcher proprio non siano capaci di progettare estetiche che non siano imbarazzanti (dalla "oro" prima serie alla "glitterata sciampista" attuale). Generalmente piuttosto valide invece le ottiche di questi 4 pollici "ED".

Bella, robusta e rigida (benché anche decisamente pesante) la culla portatubo originale è tratto saliente dell’estetica del rifrattore americano. Può ospitare barre a coda di rondine di varie dimensioni e larghezze (passo Vixen o Losmandy a scelta) e anche eventuali anelli secondari o accessori fotografici grazie ai fori filettati posti nella sua parte superiore.

Con una lunghezza di 87 cm. (in parte anche grazie alla ampia estrazione del focheggiatore) il Meade 102-ED risulta piuttosto compatto ma fa segnare alla bilancia un peso complessivo di 6 kg esatti (comprendendo in questi anche la culla originale e una barra a passo Vixen che incidono per 1,6 kg sul totale), cercatore escluso. Si tratta di un valore non indifferente e superiore a quello non solo di un SW di pari diametro ma anche di un S-C da 8 pollici. In compenso la costruzione è molto robusta e l’impressione che trasmette è piacevolissima e non dissimile da quella di un Takahashi TSA 102. 

Non me ne vogliano per questo gli affezionati della casa giapponese, tra i quali mi annovero, ma le mie parole trovano un riscontro numerico nei listini dell’epoca che riporto (in questo caso quello del negozio Miotti Ottica) e che vedono il Meade 102-ED EMC quotato nel 1994 a listino Miotti alla ragguardevole cifra di 3.097.000 lire euro per il solo OTA, costo che lo proiettava nel gotha dei rifrattori di lusso.

Foto sopra e sotto: due viste della montatura originale dotata del sistema "1697" di controllo del puntamento GO-TO che equipaggiava il set-up completo del 102ED-EMC. Siamo a metà degli anni '90 e per l'astronomia amatoriale il sistema di puntamento automatico Meade, derivato dalla serie LX-200, è quasi fantascienza.

A questa tecnologia apparentemente eccezionale faceva però contraltare una scarsa qualità di assemblaggio. Queste montature (come del resto le forcelle LX-200 coeve e successive) apparivano a catalogo bellissime ma quando le si toccava con mano si poteva facilmente verificare la approssimazione di rifinitura e un assemblaggio alquando "incerto" negli accoppiamenti. Veniva la voglia di aprirle e rimettrele insieme in modo più preciso ma scoprire cosa contenessero gli scatolati era esperienza aberrante. I motorini sembravano quelli delle macchinine elettriche delle patatine, i cavi sottili e disordinati e con saldature casuali stavano insieme per "opera dello Spirito Santo", e le pulsantiere apparivano destinate a resistere poco al tempo. Chiunque abbia avuto necessità di far riparare montatura e relativo controller ha sperimentato una deprimente odissea tra le risposte nebulose degli importatori e un servizio di assistenza che ha funzionato solo i primissi anni e poi si è "perso nelle nebbie di Avalon". Sul mercato il valore delle montature della serie LXD 600/650 e 700/750 è basso e nonostante qualche amatore ogni tanto cerchi di venderne qualcuna a prezzi stratosferici nella speranza di bidonare incauti nostalgici, la maggior parte dei pezzi giace nella memoria coperta di polvere e di speranze infrante. 

Nonostante il quadro impietoso ne comprerei una per il piacere esclusivo di completare il set-up pur conscio dei problemi di utilizzo e di un rumore di movimento da ferraglia. Se quindi qualcuno dei letori volesse alienare la sua e abbia richieste congrue lo prego di contattarmi.

STAR TEST

Lo star test convenzionale in luce policromatica (quindi senza utilizzo di filtro verde) ha fornito un esito incoraggiante benché non perfetto.

Conscio delle difficoltà incontrate dal progetto Meade nella deformazione dello spaziatore tra Flint e Crown ero curioso di sapere se l’esemplare in mio possesso fosse affetto da problemi di scollimazione o da aberrazioni geometriche imputabili ad un non corretto posizionamento degli elementi ottici.

Come invece accade in molti 4” il complesso ottico è apparso ben allineato tanto da esibire uno star test in intra ed extra focale convincente sia per geometria che per assenza di aberrazione cromatica rilevabile.

E’ invece emerso un lieve errore zonale, rilevabile come rinforzo di uno degli anelli di Fresnel mediani, e una leggera rugosità, abbastanza comune in questi doppietti “ED” in cui l’elemento a bassa dispersione prevedeva la lucidatura a mano e mancanza di coating.

La focalizzazione è apparsa comunque più che buona con un punto molto preciso e una capacità di reggere gli ingrandimenti sigificativa, come poi del resto testimonierà anche il test lunare.

Ho avuto la sensazione che la collimazione fosse perfettibile e ho voluto controllare anche con il collimatore REEGO da 2 pollici che ha confermato il mio sentore. Quanto emerso a livello strumentale non inficia però le prestazioni e ritengo che più del 90% degli astrofili nostrani non sia in grado di percepirlo se non su specifica indicazione.

Sopra: immagine del responso del collimatore REEGO con ingrandimento del 400%

PRESTAZIONI IN ALTA RISOLUZIONE

Il primo approccio ha visto target la nostra butterata Luna in una serata di pessimo seeing che non è servita ad alcuna valutazione importante se non quella sulla apocromaticità visuale (molto difficile scovare una dominante cromatica che non sia assolutamente neutra) e su una propensione a salire con gli ingrandimenti più che apprezzabile. Nonostante il seeing tempestoso ho infatti avuto rari istanti in cui il potere offerto dall’oculare Takahashi LE 2,8mm (330 x circa) risultava ben tollerato permettendo la nitida visione di microcraterini e puntinatura del materiale di eiezione intorno al cratere Copernico.

Anche la seconda sera di osservazione il seeing si è mantenuto su valori bassi con una turbolenza molto veloce e fluttuazioni poco ampie. Lo strumento ha però confermato la propensione ad “andare forte” e a non patire gli alti ingrandimenti. L’immagine, seeing a parte, è convincente e piuttosto contrastata, priva di aberrazione cromatica rilevabile e ricca di particolari. L’osservazione della Luna è bellissima anche a poteri prossimi e/o superiori ai 300x ma lo strumento richiede un minimo di acclimatamento per rendere al meglio. Nonostante il diametro relativamente modesto, un delta tremico di 12/14 gradi impone circa una ventina di minuti di attesa per cominciare a sfruttare le qualità dell’ottica.

Ciò che mostra di essere solo sufficiente è invece il focheggiatore che, nonostante i miei interventi, non è all’altezza del resto. Soprattutto quando la temperatura scende palesa incertezze maggiori che, pur tollerabilissime nell’utilizzo visuale, potrebbero essere fastidiose nell’impiego fotografico più spinto.

Sopra e sotto: immagini otteguna con uno smartphone SMASUNG J5 in proiezione di oculare. Facile riscontrare la mancanza di abberazione cromatica che risulta invisibile persino al lembo lunare. Le foto ovviamente NON sono trattate in alcun modo per non inficiare i risultati.

La sera del 18 novembre del 2018 ho dedicato qualche minuto alla osservazione di URANO che però, a causa della turbolenza e della scarsa trasparenza del cielo milanese, non ha fornito indicazioni utili mostrandosi come poco più di un piccolo dischetto di colore vagamente verdastro/grigio/azzurro.

Ho ripetuto le osservazioni planetarie la sera del 22 dicembre, purtroppo in condizioni di seeing ancora molto negative e stimate intorno a 4/10 (…).

Il pianeta MARTE si è mostrato piccolino, diametro apparente pari a 7,85 arcosecondi con fase pari al 87% circa, tanto che anche ad ingrandimento medio alto (180x circa) non appariva più grande di una nocciolina con pochissimi dettagli appena percepibili nel notevole tremore generale.

Parimenti, il lontano URANO, che mostrava ovviamente solo il dischetto tenuemente colorato di verde/azzurro, mi ha concesso solo il piacere di osservarne il contorno e la dimensione non stellare.

Ho tentato, poco convinto e in uno scampolo di tempo poco prima di cena, due riprese dei pianeti citati con risultati ovviamente ben poco eclatanti ma che comunque mi hanno permesso di trarre qualche macroscopica informazione della superficie del pianeta rosso.

In alto: immagine di Urano (riquadro piccolo) e di Marte. Entrambi ripresi in condizioni

di seeing molto sfavorevole (circa 4/10) con barlow 2x e camera Altair IMX 224 colore. 

La sera del 25 dicembre, giorno di Natale, non avevo voglia di mangiare altro oltre a quanto gozzovigliato nelle precedenti 48 ore così ho montato l’attrezzatura nella speranza che il cielo riservasse una serata stellata (da Milano cosa rara) come quella della vigilia.

Purtroppo la cappa milanese ha reso vana qualsiasi osservazione ma caparbiamente ho puntato Urano e ho provato a fotografarlo usando la Altair IMX 224 a colori con scatti singoli ed esposizioni di vari secondi, tra i 4 e i 30.

Ho provato varie barlow, dalla 2x Celestron Ultima alla cinesissima 5x (in realtà una 4x circa) anche perché Urano transitava nelle vicinanze di una stella rossa (la HD 10835 nella costellazione dei Pesci) e il quadretto, pur nella foschia cittadina, appariva intrigante.

E’ stato un gioco tentare di estrarre la debole luce dei satelliti principali del settimo pianeta ma incredibilmente qualcosa faceva capolino a video. Tre, forse quattro deboli segnali attorno al pianeta... Un confronto con i programmi di planetario mi ha subito fugato ogni dubbio: Titania, Umbriel, Oberon erano nettissimi! Un risultato entusiasmante considerando il cielo che avevo sopra la testa con forse una quindicina di stelle visibili ad occhio nudo (situazione tragicomica verrebbe da dire). Ovviamente mi è stato possibile raggiungere solo le 3 grandi lune che al momento si trovavano in posizione più favorevole sia per distanza angolare dal pianeta che per magnitudine propria.

Titania brilla di magnitudo 13,9, Oberon 14,1, Umbriel addirittura 14,5 (limite oltre il quale non credo che avrei potuto andare.

Ho elaborato delicatamente le immagini, tutte singole, e ne riporto solamente due (di cui una è ingrandimento dell’altra) ottenute senza l’ausilio di barlow a focale nativa (920 millimetri) e posa da circa 20 secondi.

Purtroppo, quando ho deciso di realizzare una serie di pose identiche per ottenerne uno stacking che avrebbe migliorato la qualità finale della fotografia, sono giunte nuvole basse ad azzerare la già deprimente trasparenza del cielo.

Dato l’incoraggiante risultato ottenuto mi sono ripromesso di tentare nuovamente l’impresa, a pochi giorni di distanza, sotto i cieli montani della Valle d’Aosta dove sono riuscito a registrare ben 5 lune principali.

Ovviamente, quando la trasparenza del “mezzo” e il bassissimo inquinamento luminoso (quantomeno nelle zone alte del cielo) consentono l’osservazione ad occhio di astri di mag. superiore alla 6° qualsiasi telescopio lavora molto meglio.

PROFONDO CIELO E DINTORNI

Con queste premesse ho provato ad impiagare il chiuso rapporto focale del Meade per immortalare qualche oggetto classico del cielo profondo con limiti di partenza purtroppo stringenti (una dslr con alcuni problemi tra cui il limite di 30 secondi di esposizione, una porzione sporca di sensore, una montatura altazimutale che introduce rotazione di campo, e una scarsa propensione all’altissimo numero di pose). Nessun dark frame, nessun flat, tempi di integrazione non eccessivi ed elaborazione post produzione quasi inesistente.

Nonostante questo il Meade 102ED ha fornito indicazioni interessanti sia quanto ad accettabile apocromaticità di ripresa e a campo spianato sufficiente a coprire quantomeno il formato APS-C.

Gli scatti lasciano presagire che, operando con una autoguida e una montatura equatoriale oltre ad una camera di ripresa adeguata, i risultati potrebbero essere di buon livello (nei limiti dell’apertura di 10 cm.)

Sopra: M42 - 91 immagini da 30 secondi a 400 ISO non guidate. Sotto: M33, 120 scatti

da 30 secondi a 1600 ISO, non guidate. Montatura altazimutale, nessun dark o flat.

Sopra: M1 - 40 immagini da 30 secondi a 1600 ISO non guidate. Sotto: NGC 891, 130 scatti

da 30 secondi a 1600 ISO, non guidate. Montatura altazimutale, nessun dark o flat.

Nella semplice e pura osservazione visuale, posto sotto un cielo cristallino di alta montagna, il Meade 102 si è dimostrato molto piacevole e convincente nonostante i suoi soli 10 cm. di diametro non rappresentino certo il non pul ultra per questo tipo di osservazioni.

L’ho messo a confronto anche con il “cugino” catadiottrico Meade 2045 (che ha lavorato molto bene va detto) nei cui confronti lo strumento a lente si è su ogni oggetto rivelato più performante anche se con un divario non eccessivo.

La pulizia di immagine, la mancanza di ostruzione e la apocromaticità visuale quasi completa hanno comunque permesso belle visioni di oggetti eterogenei: dalle grandi nebulose diffuse (M42) alle piccole e medie planetarie (M1, NGC 2392, NGC2438), dagli ammassi aperti (NGC 869 e 884, M35, i tre cuori dell’Auriga M36-37-38, il grande M46) ad alcune galassie tradizionali (M81 e M82, la grande M33 con il suo largo alone debole, la NGC2403).

In ogni caso non ho sentito la mancanza di apertura come un limite stringente. Il fondo cielo molto scuro, la bella puntiformità stellare, la corretta saturazione dei colori e una generale sensazione di tridimensionalità fittizia, normale per ogni rifrattore ben corretto usato per indagare il cielo profondo, hanno in parte sopperito alla mancanza di “luce”.

“No sobstitute for cubic inch” dicevano gli americani anni fa riguardo ai motori, e non sarò certo io a dire che la pulizia ottica può vincere da sola il gap con ottiche di diametro ben più grande, ci mancherebbe. La sensazione però, ogni qualvolta mi capita di usare un buon rifrattore anche solo da 4 o 5 pollici sotto un cielo di ottimo livello è quella di sentirmi “appagato”, di avere da vedere abbastanza, di apprezzare la qualità dell’immagine, sempre davvero molto bella, dimenticando quasi che con un diametro doppio o triplo le potenzialità osservative aumentano radicalmente.

Il rapporto focale di F9 aiuta a mantenere, anche con oculari di dimensioni generose, il campo accettabilmente ben corretto tanto da permettere di godere di immagini d’insieme degli oggetti principali senza soffrire di aberrazioni geometriche fastidiose.

Anche il focheggiatore perfettibile in questo campo applicativo si lascia usare non creando mai problemi e permettendomi quindi di promuovere il 102ED EMC sotto ogni aspetto (pur nei limiti della sua apertura) nell’osservazione deep sky.

Sopra: M35 e il suo lontano compagno NGC 2158 - 20 scatti da 30 secondi

non guidati a 800 ISO. Montatura altazimutale, nessun dark o flat.

I COMPETITOR DELL'EPOCA

Quello dei rifrattori da 4 pollici apocromatici o semi apocromatici è stato un tormentone che si è protratto per gli anni ’90 e inizio nuovo secolo.

In parte perché, almeno fino a quindici anni fa, i rifrattori di diametro maggiore erano estremamente costosi, in parte perché le prestazioni dei nuovi 10 cm. con lenti a bassa dispersione erano tali da mettere in crisi strumenti classici destinati all’alta risoluzione visuale come newton da 15 cm. e catadiottrici di pari apertura.

Il mercato cercò quelli che vennero definiti (in modo molto teatrale) gli “apo-killer” e sembrava che fosse vitale e a tutti i costi necessario trovare uno schema ottico che, a costo inferiore, offrisse la stessa praticità d’uso dei rifrattori e prestazioni paragonabili se non superiori.

L’unico prodotto che riuscì, almeno sulla carta, a vestire questa nomea fu il “maksutov derivato” russo da 6 pollici. In configurazione Rumak, Gregory o Cassegrain, i Maksutov russi prodotti da Intes Micro o da Intes si proposero come alternativa ai rifrattori apocromatici. Diametro e focale superiore, ostruzione lineare prossima a 0,30-0,33, ottiche ben lavorate e corrette.

Qualcuno li additò come gli strumenti perfetti e alcune recensioni del tempo (ne ricordo un paio su SkY & Telescope ma anche su riviste nostrane, dichiaratamente finalizzate alla vendita) attribuivano loro prestazioni superiori a quelle degli apocromatici da 10 cm.

Avendone posseduti molti (Intes, Zen, Synta, etc.) posso dire che queste voci contengono solo parziali verità. Nessuno dei 15 cm. che ho avuto o testato ha mai realmente pareggiato la pulizia e contrasto di immagine di un buon rifrattore da 10 cm. ma è comunque vero che, in condizioni di seeing adeguato, la loro resa sia sicuremante interessante e sotto alcuni aspetti, ma non tutti, superiore.

Meglio di loro fanno i Maksutov-Newton ma a costo di una scomodità di utilizzo maggiore e la necessità di montature di portata doppia o quasi, oltre a problemi meccanici non del tutto secondari, tanto che la loro "era" è morta da anni come sa bene chi possiede uno di questi catafalchi e per qualche motivo ha bisogno di venderlo: cari all'atto dell'acquisto e irrivendibili se non a prezzo di peso sul mercato dell'usato.

Sopra: due immagini che ritraggono un Intes MN-61 (maksutov newton a bassa ostruzione),

uno strumento dalle ottime prestazioni (superiori per dettagli a qanto ottenibile con un 4" a rifrazione) ma molto difficile da gestire su una montatura equatoriale per pesi, leve, e difficoltà

di bilanciamento. Fotografie non dell'autore.

La verità è che, sotto molti aspetti, un rifrattore da 4 pollici ben corretto e relativamente compatto è strumento imbattibile non tanto nelle prestazioni massime raggiungibili ma soprattutto nel divertimento e soddisfazione che il suo utilizzo restituiscono.

Le immagini planetarie sono pulite e definite, la Luna mostra tantissimo, gli oggetti del profondo cielo (purché osservati da cieli molto bui e puliti) garantiscono una apprezzabile varietà e soddisfazione, l’osservazione dei sistemi multipli è, per numero e qualità, quasi inesauribile. Il tutto con un peso e un ingombro di trasporto più che accettabili e la necessità di una montatura stabile ma ancora relativamente leggera e maneggevole. A questo si aggiunge una buona comodità osservativa che permette di stare seduti e godersi lo spettacolo e tempi di acclimatamento ridotti. Se a questo aggiungiamo il fatto che raramente necessitano di correzioni della collimazione il "gioco è fatto".

Non esiste nessun altro strumento che sappia coniugare e abbracciare così tante qualità e non è affatto strano che i 4 pollici continuino a rappresentare un “evergreen classic” nel cuore degli astrofili.

LA SCELTA DELLA MONTATURA

Nonostante il Meade 102ED sia nato con le montature equatoriali alla tedesca della serie LXD nelle versioni 600 e 650 oggi ritengo che la montatura a lui più adatta sia una altazimutale goto moderna, possibilmente silenziosa e ben strutturata.

Il mercato offre una serie di soluzioni ma tra queste la migliore mi è sembrata proposta dalla Ioptron nella versione AZ PRO.

I plus di questa montatura altazimutale sono molti, allego le principali caratteristiche fornite dal costruttore, ma vorrei elencare quelle che ritengo sostanziali.

In primis la montatura viene gestita da una batteria al litio che la rende, almeno per qualche ora (8 quelle indicate dal produttore) autonoma dalla rete di distribuzione elettrica. L’aspetto non va sottovalutato poiché rende molto fruibile il set-up consentendo una libertà sconosciuta in altre soluzioni.

Altro asset di notevole spessore è rappresentato dalla incredibile silenziosità della montatura che, anche alla massima velocità di puntamento appare totalmente silente.

Ultimo asso nella manica è rappresentato dalla notevole precisione di puntamento e inseguimento e dallo stazionamento automatico veloce e comodissimo.

A questo va aggiunta una buona portata massima, dichiarata in 15 kg, che mi sembrano molti e sovrastimati come sempre avviene per le montature (di qualsiasi marca), e una ottima stabilità e resistenza alle vibrazioni.

Sopra: la Ioptron AZ PRO con punatmento automatico. Foto non dell'autore.

Caratteristiche:


- Batteria al litio interna con una durata di 10 ore
- Carico primario fino a 15kg e carico secondario fino a 5kg , con una montatura che pesa solo 6,5kg.
- Silenziosi motori passo passo a basso consumo
- Wifi integrato compatibile ASCOM con Ioptron Commander o tramite SkySafari
- Porta seriale per collegamento al pc e per aggiornamento firmware
- Barra contrappesi retrattile
- Memorizza in automatico la posizione allo spegnimento della montatura (anche involontario)
- Corpo in alluminio
- Morsetto losmandy/Vixen da 15cm
- GPS interno a 32 canali
- sensore di posizione e bussola elettronica

Più delle sue competitor la Ioptron mi ha intrigato ed è infatti giunta a far parte della scuderia con prevalente impiego al sostegno del nostro Meade da 4 pollici e di altri strumenti di dimetro e pesi paragonabili.

La scelta si è dimostrata felice tanto che il rifrattore americano assume sulla montatura una solidità “granitica”, aspetto da me molto apprezzato.

Alla prova sotto al cielo l’accoppiata Meade-Ioptron ha dimostrato di meritare rispetto sia dal punto di vista prettamente ottico che meccanico.

L’allineamento automatico avviene in pochissimi minuti e poi la precisione del sistema di ricerca oggetti e di inseguimento appare elevata e puntuale.

Lo strumento si muove in totale silenzio, una manna se si pensa allo sferragliare molesto della maggioranza delle montature esistenti sul mercato, e l’oggetto puntato appare sempre ben centrato all’oculare da 30 mm. (che offre un potere di 30 ingrandimenti) ma anche con quello da 18mm. con i suoi 51x.

La prova di inseguimento è durata oltre 90 minuti durante i quali la montatura ha tenuto in posizione a 51x, con uno scarto ben poco significativo, una stella di riferimento.

Anche lavorando ad alto ingrandimento (oltre 180x) non si nota all’oculare il fastidioso effetto correttivo sui due assi che solitamente caratterizza le montature altazimutali di fascia più bassa e le osservazioni non si differenziano, se non per comodità, da quelle effettuate con una tradizionale equatoriale alla tedesca.

Il Meade 102 ED sulla montatura Ioptron AZ-PRO annegati nella invernale foschia milanese

in attesa dell'imbrunire e di qualche stella in cielo...

STELLE DOPPIE

Il test sulle stelle doppie è avvenuto in sere invernali cittadine con una altissima umidità ma soprattutto con un seeing non favorevole.

Il microclima locale, che d’estate sovente consente buone osservazioni in alta risoluzione, appare in inverno sempre molto limitante e non mi è mai stato possibile spremere a fondo le possibilità dello strumento ma soprattutto comprendere appieno i suoi limiti disgiungendo quelli ottici da quelli imposti dalla turbolenza.

Con questa doverosa premessa vorrei analizzare due sistemi in particolare che ritengo estremamente indicativi e importante benchmark per ottiche non ostruite. Si tratta di sistemi molto ostici ai classici compound ostruiti come gli Schmidt Cassegrain che facilmente inciampano rovinosamente in questi sistemi se non supportati da seeing molto favorevoli.

Il primo, la luminosa THETA AURIGAE è un sistema quadruplo composto da una coppia che definirei principale (componenti “A” e “B”) e target della nostra osservazione e altre due (“C” e “D”) di magnitudine superiore alla decima e ampia separazione angolare dal centro di massa comune.

Le stelle “A” e “B” brillano rispettivamente di magnitudine 2,60 e 7,20 e sottendono un angolo apparente di 4”. Nonostante la separazione non certo proibitiva la grande differenza di magnitudine rende il sistema sempre un po’ ostico e prevalentemente alla portata di strumenti a lente (almeno per quanto concerne i diametri medio-piccoli). 

Il sistema, catalogato anche come STT 545AB, è stato correttamente separato dal Meade 102 ED al potere di circa 180x (oculare Takahashi LE-5mm.) anche se il seeing ballerino e la scarsa trasparenza hanno concesso una immagine non pulita e un po’ impastata dal primo anello di diffrazione che risultava molto mosso e incerto inglobando in parte la flebile luce della compagna.

In alto nel riquadro: schizzo della visione offerta dalla STT545 AB eseguito all'oculare del Meade 102ED a circa 180x in condizioni di seeing piuttosto sfavorevoli e trasparenza molto bassa.

Decisamente più difficile e al limite strumentale (anche in condizioni ottimali) è invece il sistema della 80 TAU, STF 554, che richiede condizioni eccellenti per svelarsi.

Immerso nella plaga delle Iadi, e quindi più facilmente individuabile con un sistema go-to molto preciso per non rischiare di saltare tra le varie stelle di pari luminosità presenti nell’oculare, SFT 554 è una sorta di Excalibur per i rifrattori tra i 4 e i 5 pollici. Estrarre la “spada dalla roccia” e separare le sue componenti è impresa realmente ardua e con le condizioni di osservazione da cui il test è stato effettuato non avevo alcuna speranza di riuscire nell’impresa, indipendentemente dalla qualità ottica impiegata.

Il mio beloved Takahashi FC100N è riuscito più di una volta a individuare senza incertezza la flebile compagna ma per farlo ho sempre dovuto attendere serate con seeing favorevole.

La compagna principale “A” brilla di magnitudine 5,70 mentre la secondaria “B” appare molto più debole attestandosi intorno alla 8° (8,12 precisamente). La loro separazione di 1,55” al momento dell’osservazione ne indica tutta la difficoltà e il più delle volte preclude la visione del quadretto di duplicità.

Sopra: vista indicativa del complesso delle Iadi con la posizione, tra le altre, della 80 TAU.

Con una ceta difficoltà e senza ottenere immagine meritevole di essere a lungo osservabile, il Meade 102 è riuscito, alla terza srata di tentativo, a separare la doppia. In realtà il potere risoutore si è dimostrato più che adeguato ma il seeing necessario ha lungamente latitato. E' stato comunque utile valutare altri sistemi doppi in condizioni di turbolenza estremamente varia per comprendere che, quando le condizioni meteo assistono, il rifrattore americano è in effetti capace di raggiungere il suo potere limite, aspetto fondamentale per comprendere il grado di lavorazione e collimazione delle ottiche.

LUNA E DINTORNI

La prima osservazione lunare è stata compiuta con l’ausilio del superbo Takahashi FC100-N che ha affiancato il Meade 102ED per offrire un metro di paragone adeguato a valutarne le prestazioni.

Nonostante la leggera differenza di focale, 920mm. per l’americano e 1000 mm. per il giapponese, il range di ingrandimenti propriamente utilizzabili nella serata di test (prossimi ai 200x) ha permesso una comparazione realistica.

Il seeing medio, non estremamente favorevole, tendeva infatti a rendere poco proficui ingrandimenti molto superiori e così ho accettato di impiegare solamente gli oculari con focale compresa tra i 30 e i 5 millimetri: da una parte la serie Takahashi LE con il Meade, dall’altra la serie da 0,965” MC ORTHO Takahashi con il FC100-N.

Con i poteri bassi forniti dagli oculari da 24 e 25 mm., che permettevano circa 38x sul Meade e 40x sul Takahashi, la Luna appariva più pulita e contrastata attraverso il doppietto alla fluorite e la sensazione era quella che, in confronto, il Meade faticasse di più a trovare il fuoco corretto.

Man mano che venivano impiegati poteri maggiori però le prestazioni tendevano a livellarsi fino a giungere all’ingrandimento scelto per confronto ideale.

Il LE 5mm. e il MC ORTHO di pari focale generano, sui due strumenti, rispettivamente 184x sul Meade e 200x sul Takahashi FC100.

Con questi ingrandimenti ho lungamente indagato la zona lunare circostante il cratere Hyginus e la relativa rima, al bordo del mare Vaporum e dei suoi depositi piroclastici.

Sopra: la rima Hyginus e la zona lunare circostante con le propaggini del Mare Vaporum.

Foto non dell'autore.

La Rima Hyginus è una delle più affascinanti formazioni lunari per via della sua natura dichiaratamente vulcanica e della presenza di molti crateri non da impatto presenti lungo il suo sviluppo. I depositi piroclastici nelle vicinanze sono poi eternamente variegati e offrono giochi di ombre interessanti ed eterogenei alternando dossi e smussate creste a pianure levigate.

Benché non avessi dubbi sull’esito del testa a testa tra i due rifrattori volevo capire, in condizioni di seeing medio, quale potesse essere lo scarto tra il migliore dei 4 pollici di sempre e un buon 100 mm. ED da molti bistrattato (a torto e per ignoranza).

In effetti, l’immagine fornita dallo strumento giapponese è apparsa costantemente più incisa e contrastata ma i dettagli non così superiori rispetto a quelli alla portata del Meade.

Ovviamente, i dettagli più minuti e al limite della percezione erano prima visibili nel rifrattore giapponese e alcune microfenditure che si palesavano deboli ma nette nel Takahashi apparivano più difficili e incerte nel Meade ma il divario è stato tutto sommato piuttosto limitato.

Nonostante una superiorità annunciata la differenza di resa si è limitata a poco più che “sfumature” e ad una maggiore facilità nel cogliere i particolari al limite consentito dal seeing.

La mia impressione è stata quella che in condizioni eccellenti avrei potuto cogliere differenze più marcate ma condizioni di seeing da 8/10 o superiori e più sono purtroppo rare.

Dove il Meade ha palesato maggiore handicap è nel reparto “focheggiatore” che è un po’ incerto e richiede una certa assuefazione ad essere usato in modo adeguato.

Le due immagini sopra ritraggono gli obiettivi frontali del Takahashi FC100-N (a sinistra) e del Meade 102 ED EMC (a destra). Scattate nelle medesime condizioni e tipologia di flash sono bene indicative della diversa risposta alla luce incidente dei due obiettivi. Ricordo che ENTRAMBI gli strumenti posseggono l'elemento a bassa dispersione posteriore e sono in effetti identici nello schema ottico Steinheil con esclusive differenze nella focale 1000 vs 920 millimetri) e nella composizione dei vetri. Interessante e impressionante anche la differenza di dimensioni ra i due telescopi. Simili per peso complessivo (culla compresa) si differenziano però per ben 23 cm. di lunghezza (87 il Meade, 110 il Takahashi).

Una indicazione di massima sulle differenze strumentali tra i due contendenti la fornisce lo star test che esibisce due comportamenti differenti e in linea con quanto emerge dall'osservazione all'oculare di soggetti a medio e alto ingrandimento.

Il Takahashi FC100N produce uno star test perfetto, sotto ogni punto di vista, con immagini di intra ed extra focale perfettamente identiche e prive di qualsiasi traccia di sferica residua o cromatica. Lo uso sovente come termine di riferimento per evidenziare le mancanze di altri strumenti a lente, indipendentemente dalla resa finale a fuoco.

Il Meade 102 ED è invece caratterizzato da uno star test lontano dalla perfezione benché le carenze che evidenzia siano in linea con quelle della stragrande maggioranza dei doppietti e tripletti "ED" variamente rimarchiati. Un poco di errore zonale, una lucidatura discreta, un pochino di sferica residua, cromatica molto ben corretta pur rimanendo percepibile.

L'immagine a fuoco è però soddisfacente anche se non pareggia la pulizia algida del rifrattore top level giapponese, variazioni che si notano però a basso ed ad alto ingrandimento più che nella "terra di mezzo" tra i 60x e i 140x.

CONCLUSIONI

Volendo riassumerne pregi e difetti, cosa potremmo dire del nostro 102 ED?

Tra i primi non posso non annoverare una resa ottica più che buona, una costruzione robusta, una bella livrea, una ottima distribuzione dei pesi e una “culla” porta tubo ben fatta e molto robusta.

Tra i secondi è obbligo annoverare il focheggiatore da 2 pollici il cui funzionamento e qualità non sono all’altezza del resto dello strumento, e un peso complessivo non proprio "piuma” superando di pochissimo i 6kg. in assetto osservativo (tubo+culla+barra Vixen/Losmandy).

Nel caso lo si scelga come strumento "unico" consiglio (a meno che il proprio esemplare non sia miracolato) di sostituirne il gruppo di focheggiatura con uno moderno ben fatto. Non servono gli inarrivabili Feather Touch, già un ibrido cryford-pignone e gremagliera va benissimo, possibilmente da 2 pollici e dotato di demoltiplica. L'operazione non sarà indolore dal punto di vista finanziario (si consideri di mettere a budget 250/300 euro tra acquisto e modfica) ma a quel punto si disporrà di uno strumento davvero completo e soddisfacente.

In conclusione: per chiunque sia anticonformista, per coloro che non vogliono avere i soliti cinesi colorati, per chi se ne infischia della moda, per chi ha la disponibilià di spendere 500 euro per l’ottica e 1500 per la montatura e sapere di aver fatto la scelta giusta, il Meade 102 ED EMC f9 può essere una soluzione azzeccata.

E' uno strumento adatto a coloro che non necessariamente intasano di pareri inutili i forum e sommergono i mercatini di porcheria, e a chi se infischia del FPL-53 e vuole semplicemente andarsene sotto il cielo a disegnare o osservare con il proprio rifrattore.

Ora, immaginate che a dirlo sia il Colonnello KURTZ e il gioco è fatto…

Ci potete contattare a:

diglit@tiscali.it

oppure usare il modulo online.

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