SKETCH BLOG

Poiché creare articoli dedicati mi sembra pretenzioso e poco utile ho deciso di cominciare un lento blog in cui raccogliere le mie esperienze di disegno astronomico, almeno a cominciare dall’odierno agosto 2017 tralasciando quanto fatto in precedenza. I contributi vengono inseriti in ordine cronografico con i più recenti posti in "alto".

SERATA DEL 14 AGOSTO 2017 - località St. Jacques, 1800 mt.

 

Una serata breve dovuta al repentino variare delle condizioni meteorologiche mi ha concesso solamente alcune operazioni preliminari (allineamento della montatura e controllo della collimazione dello strumento) e l’osservazione della bella e alta Vega, fulgida con i sui quattro lunghi baffi dovuti ai supporti dello specchio secondario del cassegrain spianato e la sua simbolica compagna sottile, prima di potermi dedicare al disegno del grande ammasso globulare in Ercole.

La visione all’oculare, effettuata con lo zoom Orbinar 7,2-21,5mm., era molto convincente con stelle finissime su un fondo cielo grigio scuro ma non perfettamente nero, se non ad alto ingrandimento. La ottima focalizzazione permessa dal VISAC (che in questo si pone molto meglio degli Schmidt Cassegrain tradizionali o spianati nelle versioni HD o ACF) consente una resa molto alta sui globulari. Indipendentemente dalla raccolta di luce e dal potere separatore che sono e restano quelli di un 20cm., il fatto che le immagini stellari siano molto piccole, un po’ come avviene nei rifrattori, consente di sfruttare al massimo la risoluzione disponibile con il risultato che un globulare di classe 5 come M13 appare sgranato fin nel suo centro e risolto in modo più profondo che non con compound tradizionali, anche meno ostruiti.

Benché potessi apprezzare perfettamente le singole stelle all’ingrandimento di 250x ho preferito ridurre il potere ai 120x permessi dal plossl da 15mm. A questo potere l’ammasso appariva ovviamente più luminoso e meglio rappresentabile in relazione al campo inquadrato circostante.

Nel disegno di M13 ho operato riportando in prima istanza le principali associazioni visive a “catenella” stellare, poi la popolazione stellare più esterna (quantomeno nelle direttrici di sviluppo) e poi andando a riempire casualmente l’area centrale.

Si tratta quindi di una rappresentazione meno fedele di quella operata per altri oggetti di natura stellare e nebulare ma risulta francamente impossibile riprodurre la corretta posizione di ogni stella visibile anche perché molte si stagliano su un centrale “bulge” granuloso meno definito.

Terminato il disegno di M13 ho dovuto attendere quasi un’ora prima che le nuvole veloci che avevano in parte coperto il cielo si disperdessero e poi sono tornato all’oculare e taccuino.

Sperando in una ottimale trasparenza del cielo, aspetto in parte disatteso (ho avuto cieli migliori dalla medesima postazione) mi sono diretto alla grande galassia NGC 7331 e al suo corteo di più deboli isole galattiche.

L’immagine all’oculare mi ha parzialmente deluso e ho impiegato un po’ di tempo affinché l’occhio cogliesse tutto quanto era disponibile. La galassia principale, oltre al canonico allungamento e alla zona centrale più luminosa non stellare, lasciava intravedere qualche lievissima irregolarità luminosa sulla sua sagoma. Di queste ho voluto riportarne solo una (molto ma molto poco contrastata rispetto al resto) perché conoscendo la fisionomia galattica del soggetto ho interpretato come forzature dell’occhio alcune “sensazioni”.

Disegnare il campo stellare è stato piuttosto semplice anche se alcune stelle molto deboli subivano un effetto “blinkin” dovuto alla variazione tra visione diretta e distolta e il loro posizionamento sulla carta ha subito una certa approssimazione (limitata ma presente).

Benché riuscissi ad avere la percezione di un paio almeno delle componenti del vicino “Quintetto di Stephan” non sono riuscito a cogliere le vicine compagne della 7331. Forse una, ma per il semplice fatto che sapevo dove avrebbe dovuto trovarsi, si è lasciata intravedere ma non avendone una chiara certezza ho preferito non inserire alcun alone nel disegno.

Restando in tema di oggetti “difficili” ho voluto dedicare l’ultima mezz’ora di osservazione e disegno al piccolo e compatto ammasso globulare presente nel Delfino. NGC 7006 è un globulare di 2,8’ di diametro magnitudine integrata pari a 10,64 (per paragone si pensi che M13 ha un diametro di 23,0’ e brilla di magnitudine 5,8!) Non c’è molto da fare su un oggetto così difficile con un 20 cm., per quanto ben corretto e realizzato esso sia. Le dimensioni sono limitate, la classe concentrata, e la luminosità delle singole stelle decisamente bassa.

Ciò che si percepisce, oltre alla concentrazione appena granulosa del nucleo, è il piccolo alone stellare circostante su cui è possibile cogliere qualche manciata di debolissimi astri (visione distolta). L’immagine è comunque bella, anche in virtù della sua difficoltà, e l’ammasso rende bene anche a poteri superiori ai 200x che diventano indispensabili per coglierne i pochi dettagli.

Per questo motivo ho scelto di operare a 250x (oculare zoom tarato su 7,2mm.) e ho dovuto usare sia la visione diretta che quella distolta per avere una percezione globale dell’oggetto e delle sue finissime e deboli stelle. Ovviamente il disegno che ne risulta è semplicemente indicativo in quanto, pur intravedendo in distolta alcune stelle dell’alone, mi era impossibile posizionarle correttamente.

Ho quindi operato la creazione di un nucleo compatto, un alone semi percepibile e con poche stelle distribuite, e una tonalizzazione a sfumino del bulge centrale. Importante, ai fini della restituzione grafica, è stato il mantenimento della forma effettivamente colta all’oculare nonché la corretta posizione sia delle stelle di campo che della sagoma del globulare oltre alla proporzione dei vari elementi.

NGC 7006 troverebbe giovamento da aperture maggiori anche se, per ricordo ed esperienza, anche i precedenti 30 cm. non mi hanno mai permesso visioni memorabili e anche il grosso dobson da 50 cm. trovava qualche difficoltà ad esaltare il piccolo globulare del Delfino.

Sulla riconoscibilità di NGC 7006 come globulare (ossia con l’evidenza di almeno alcune stelle dell’alone periferico e una chiara percezione di granulosità dell’insieme) gli astrofili sono ben poco d’accordo. I più riportano di non riuscire a notare stelle nell’ammasso nemmeno con l’utilizzo di strumenti da 10 o 12 pollici (o di farlo con grande difficoltà), alcuni di averne viste moltissime, in visione distolta, con strumenti da 20 pollici. 

Posso solamente accogliere queste esperienze come veritiere pur ritenendo l’intravedere alcune componenti meno difficile di come viene creduto. Benché infatti l’ammasso sia effettivamente uno dei globulari “famosi” più difficili ho più volte avuto accesso ad una manciata delle stelle dell’alone esterno e alla granulosità dell’insieme con telescopi da 8 pollici (e testimone ne è anche l’ultima esperienza sopra riportata). Ho però la sensazione che tale risultato sia la summa di una serie di fattori. 

Accettata la necessità di un ottimo cielo (quindi con magnitudine limite visuale superiore alla sesta e una trasparenza ottimale) credo che la differenza la faccia lo strumento in sé e le caratteristiche visive del suo utilizzatore.

Per quanto riguarda il primo ricordo di aver potuto accorgermi di stelline debolissime (in visione distolta) nel rifrattore TMB da 203mm., in un newton cassegrain Takahashi da 21 cm, in un newton specializzato 200/1200, e nel citato VISAC 200 mentre non le ho mai scorte con nessun SC tradizionale da 8 pollici (tra cui un Celestron ULTIMA 8 P.E.C., un Meade/Konus ALTAIR, un Bausch & Lomb 8000).

Ritengo quindi che ottiche di qualità superiore e progettate per avere stelle piuttosto fini riescano ad imporsi a parità di diametro.

Ancora più importante ritengo sia una perfetta collimazione dello strumento cosa che ho raramente trovato nei vari star party ove i telescopi degli intervenuti che si limitano all’utilizzo visuale mostrano solitamente una collimazione accettabile ma sufficiente per permettergli di a ridosso del loro limite reale.

Come ultima analisi mi sono convinto che non tutti gli osservatori (anche esperti) riescono a lavorare ugualmente bene su soggetti diversi. Un esempio eclatante riguarda le nebulosità appartenenti a quella che è comunemente conosciuta come Cocoon Nebula (nelle plaghe a nord della costellazione del Cigno). Molti osservatori del cielo profondo riportano la tenue ma visibile nebulosità con strumenti da non più di 20 cm.

Contrariamente a ciò devo ammettere, con disappunto e rammarico, di non essere mai riuscito a cogliere alcuna nebulosa (se non quella oscura) con pari aperture mentre ho la sensazione di avere intravisto qualcosa con il binoscopio da 13 cm. che impiego solitamente (dove però la visione è duplice e il cervello riesce in qualche modo a combinare le informazioni dei due fasci ottici avendone un certo beneficio in termine di percezione al limite).

Anche per alcune tenui variazioni su galassie con porzioni al limite della visibilità mi trovo a volte più in difficoltà di amici atrofili mentre quasi sempre, quando si parla di soggetti stellari (e in questo sia gli ammassi aperti che i globulari la fanno da padrone) tendo a cogliere più facilmente magnitudini deboli rispetto ad altri.

Il caso di NGC 7006 potrebbe essere quindi, in riferimento alla percezione dell’alone stellare in visione distolta, la summa di tutti questi fattori.

SATURN EXTEMPORARY SCKETCH - 13 e 14 agosto 2017 - Località Drole, 1800 mt. (AO)

 

A volte ci si trova con il desiderio di disegnare quanto si vede all’oculare ma non disporre quasi di nulla di ciò che sarebbe necessario per farlo in modo adeguato.

Ci si può lamentare e desistere, oppure si può improvvisare tentando di attingere ai “sassi” e misurarsi con il disegno classico privo di aiuti.

Mi è capitato in una notte in alta montagna (se i 1800 metri sul mare della mia postazione Valdostana si possono definire così) in compagnia del Vixen VISAC 200L e di un Saturno prossimo al tramonto dietro al vicino crinale.

Il seeing era accettabile ma non eccezionale e neppure “buono”, eppure lo strumento, perfettamente collimato e ambientato, è riuscito a restituirmi una piacevole immagine del pianeta inanellato. 

La serata non consentiva di usare con profitto ingrandimenti superiori ai 250x (almeno per quanto concerne il mio gusto da “rifrattorista”) ma veleggiando intorno ai 220/225x (con un oculare Orbinar Zoom) i dettagli apparivano piuttosto secchi tra una fluttuazione del seeing e l’altra.

Così, con la voglia di trasmettere ai posteri l’osservazione, ho deciso di riportarla su carta.

Non avevo nulla, se si fa eccezione per una matita e un paio di foglietti volanti di carta riciclata (diciamo da circa 1/6 di un foglio A4 completo…).

Differentemente da Giove, Saturno offre una tipologia di particolari che possono essere “appuntati” su uno schizzo generico del pianeta e poi ridisegnati con calma a tavolino.

Così ho preso alcuni appunti (uno di questi foglietti lo riporto a seguire) e ho continuato l’osservazione tentando di cogliere e trasferire quanto mi sarebbe poi servito per il disegno definitivo oltre ad una foto scattata all’oculare con il telefonino per avere la corretta dimensione, proporzione e inclinazione degli anelli.

Un simile tipo di approccio non risulta invece adeguato per Giove dove risulta a mio modo di vedere comunque necessario un disegno preparatorio molto grande che serva per mescolare appunti descrittivi ad elementi puramente grafici che non sarebbe altrimenti possibile registrare in modo corretto.

Quando mi sono messo a tavolino a disegnare il finale mi sono scontrato con quanto accennavo in apertura di articolo: non avevo nulla di adatto e di tradizionale. Non possedevo ad esempio una sagoma dell’apertura degli anelli del momento (su internet è possibile trovare i “layout” aggiornati mese per mese) né una serie di matite adeguate, carboncini, barrette di grafite, sfumini, etc..

Possedevo un blocco da disegno con carta di buona qualità, due matite (una “B” e una 4-B”), e una certa dose di inventiva.

Ho ingrandito l’immagine scattata al telefono la sera precedente e ho ridisegnato a mano libera la sagoma del pianeta e degli anelli.

A seguire ho indicato i tratti principali come la divisione di Cassini, l’ingombro dell’anello “C”, la porzione di calotta più densa, la fascia sul globo (che durante l’osservazione mi era a tratti parsa doppia con due densità differenti ma che nel disegno ho preferito riportare come unica con un gradiente che mi è parso più aderente al dato osservato e appuntato) e altri dettagli come l’ombra degli anelli sul pianeta, un accenno di ombra inversa e la posizione di una stella di campo e del maggiore dei satelliti di Saturno.

 

Il primo problema che si incontra nel disegnare i pianeti è quello di trovarsi sovente con contorni dei particolari troppo “netti” la cui presenza può essere mitigata solamente dall’inserimento nel disegno delle campiture scure del cielo di fondo.

Il tratto a matita, considerando che non sono un pittore o un disegnatore, necessita anche di alcune sfumature che riportano all’immagine telescopica (ad esempio la banda sul pianeta, la calotta polare, ma anche la resa dell’evanescente anello “C”.

Solitamente si una sua serie di sfumini di diametro adeguato ma non disponendoli ho dovuto ingegnarmi a crearne uno.

Un foglio di carta da buttare è stato arrotolato malamente e poi creata una sorta di punta che ho usato in tal senso e con apprezzabile risultato, se mi è concesso.

Il fondo cielo è stato creato ovviamente a matita usando il piccolo sfumino autocostruito per gli immediati contorni agli anelli e interni alle anse e poi, più esternamente, impiegano un “cotton-fioc” che come sfumino per grandi campiture è ideale!

 

Il fondo cielo è stato creato ovviamente a matita usando il piccolo sfumino autocostruito per gli immediati contorni agli anelli e interni alle anse e poi, più esternamente, impiegano un “cotton-fioc” che come sfumino per grandi campiture è ideale!

 

Al risultato finale manca ovviamente un poco di brillantezza e una maggiore uniformità del campo di fondo ma risulta essere una lodevole approssimazione di quanto percepibile all’oculare e non tradisce in alcun aspetto la verità oggettiva osservativa (cosa che invece molti disegni visibili in rete fanno). Ovviamente siamo piuttosto lontani da uno sketch eseguito usando una maschera di forma preimpostata che premette maggiore precisione e pulizia.

SERATA DEL 12 AGOSTO 2017 - località St. Jacques, 1800 mt.

 

Installato sulla robusta Vixen ATLUX Skysensor 2000-PC il bel VISAC 200L è stato compagno di indagine e disegno su alcuni soggetti del cielo profondo tra le costellazioni del Cigno e di Ercole.

Le condizioni del cielo apparivano buone con una magnitudine allo zenit superiore alla sesta ma con qualche nuvola sparsa. Durante le osservazioni ho avuto modo di apprezzare alcune ritardatarie dello sciame delle Perseidi che hanno movimentato il cielo e offerto qualche emozione imprevista.

Le operazioni di disegno mi hanno impegnato per poco più di un’ora e mezza cominciando dalla lega planetaria M27 che si vedeva piuttosto bene anche se ho faticato a decidere con quale oculare eseguire il disegno. I bassi ingrandimenti (73x con oculare SWA 24,5 e poco meno di 1 grado di campo) consentivano di staccare in modo molto contrastato la nebulosa ed evidenziare in modo netto sia la centrale forma di clessidra che le propaggini più delicate e deboli che ne trasformano la figura in una grande mandorla ma il numero di stelle di campo presenti rendeva più lungo e complicato il disegno. Alla fine ho optato per un plossl da 15mm che sovente mi accompagna nei disegni e che restringe molto il campo portandolo a poco più di 0,4° oltre ad aumentare l’ingrandimento fino a 120x.

In queste condizioni la nebulosa diventa più elusiva, credo anche per un motivo di contestualizzazione della visione monoculare, ma le operazioni di disegno si semplificano.

Per disegnare la nebulosa ho comunque usato anche alcune delle indicazioni che mi venivano fornite dal potere inferiore.

La tecnica di base usata, come per gli altri schizzi della serata, è quella più semplice del disegno a matita nero su bianco.

Dopo la ben conosciuta M27 ho preferito spostare l’attenzione su una planetaria molto più piccola ma ben luminosa e dotata di una fisionomia particolare. Situata nella compatta costellazione del Delfino, gli anglosassoni la chiamano “Blue Flash Nebula” e nelle immagini fotografiche profonde offre una silhouette fenomenale con particolari intricati e bellissimi oltre ad un colore azzurro intenso. Il catalogo NCG la riporta al numero 6905 ed è una delle mie preferite. Trovarla è piuttosto facile e il campo stellare in cui si trova incastonata è bello e ben disegnato per poterla contestualizzare e riprodurre con le giuste proporzioni trovandosi sul lato lungo di un trapezio di stelle di luminosità eterogenee.

Se all’oculare non è ovviamente possibile cogliere la forma completa, il colore e le striature interne alla “bolla” espansiva, risulta comunque possibile apprezzare una forte asimmetria del guscio che appare tagliato in due in porzioni non uguali né per dimensione né per luminosità (che varia leggermente). La stella centrale, ben alla portata di un 20 cm. sotto cieli molto bui, non appare centrata benché in realtà lo sia. L’effetto credo sia dovuto ad un complesso della visione che tende ad unire la porzione più luminosa con quella della sorgente puntiforme.

Nelle fotografie a lunga esposizione non sembra esserci comunque la differenza di luminosità che appare alla visione telescopica. Probabilmente aperture superiori ai 30 cm. permettono di valutare meglio la distribuzione della bolla gassosa.

Il disegno di questo oggetto è piuttosto semplice e conviene cominciare dal corretto posizionamento delle stelle di campo e dalla restituzione delle differenze di magnitudine. Una volta inquadrato il campo visivo si può aggiungere il disegno della nebulosa che avviene direttamente con lo sfumino. Nel mio caso ho voluto “sfumare” un poco anche l’astro centrale perché la sua percezione viene influenzata sia dalla magnitudine di circa +12 che dalla presenza del gas di espansione.

M57 sotto un cielo umido di alta montagna - Agosto 2017

 

Capita di assistere, anche da postazioni di alta montagna, a cieli bui ma velati di umidità il cui effetto sulla visibilità degli oggetti deboli è deleteria. Mi è capitato in una notte della prima decade di Agosto 2017 quando, attendendo il buio, mi sono accorto che l’aree appariva troppo denso per annunciare una notte di grande trasparenza. L’avvicendarsi delle ore ha portato una volta stellata piacevole, con la Via Lattea ben visibile ma anche con una dominante di fondo più grigia che nera. All’oculare del cassegrain giapponese da 20 cm. mi sono accorto in pochi minuti della mala parata e ho destinato attenzione ai pochi oggetti luminosi che riescono a farsi apprezzare comunque anche se la velatura ne impedisce il completo godimento.

M57, celebre nebulosa planetaria nella Lyra, è uno di questi e culmina allo zenit nelle prime ore della sera offrendo la massima visibilità possibile.

Il disegno, effettuato con un oculare plossl da 15 millimetri, abbraccia un campo di circa 0,4° con un potere di 120 ingrandimenti. Benché la nebulosa fosse ben visibile molte stelle deboli di campo apparivano al limite della percezione e molte invisibili quando in altre occasioni risultano perfettamente alla portata di un 8 pollici.

In questi frangenti il disegno risulta piuttosto semplice e scevro di particolari salienti e la sua creazione richiede solo una manciata di minuti per la stesura del disegno originario (nero su bianco).

Una matita “B” e una “4-B” o superiore sono più che sufficienti (la prima per le stelle, la seconda per la macula da cui trarre il velo con lo sfumino). Se son si dispone di apposito “sfumino” da disegno si può usare anche un semplice cotton-fioc avendo la nebulosa un andamento semplice e privo di volute sottili.

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