GOTO 80/1200

Anno 2016 e seguenti

INTRODUZIONE

Fondata del 1926, GOTO è forse il più importante e famoso (oltre che storico) costruttore giapponese di strumenti astronomici, almeno parlando dell'epoca "classica".

Oggi la produzione risulta principalmente orientata sulle macchine da planetario e sulla strumentazione da osservatorio dopo aver abbandonato il settore dell’astronomia amatoriale (che ha comunque sempre costituito una linea meno importante per la ditta del Sol Levante). Se infatti si tralascia la limitata realizzazione (cento esemplari per tipo) di due rifrattori da 10 cm. con focale 1000 e da 12,5 cm. con focale 1200 degli ultimi due anni (produzione esaurita con prenotazioni prima ancora della presentazione ufficiale degli strumenti) la GOTO non sembra più mostrare interesse verso il campo squisitamente amatoriale. Senza nulla togliere ai grandiosi strumenti semi professionali e ai bellissimi planetari (meccanici prima e digitali poi) con cui si è imposta nel mondo questa scelta risulta ai miei occhi un peccato poiché, tra gli anni ’50 e ’80, il marchio giapponese aveva in listino strumenti meravigliosi, di superba fattura sia ottica che meccanica che spaziavano dai piccoli 50 mm. fino ai grandi 150 e 200 e 250 mm a f 15 e f12 ma anche ad alcuni piccoli maksutov e grandi cassegrain (fino ai 30 cm.) 

Non solo ottiche intubate ma anche montature (celeberrima la serie MARK declinata in varie dimensioni e portate) e una serie notevole di accessori (oculari, diagonali, spettrometri, filtri, coronografi e ammennicoli meccanici vari).

Il nome GOTO, grazie alla elevatissima qualità, è rimasto però caro agli astrofili attenti tanto da creare un ristretto mercato di amatori che si scambiano i “pezzi” disponibili e sopravvissuti a prezzi elevati e sicuramente “collezionistici”.

Se però ci si libera del preconcetto dello strumento da collezione e si ha la fortuna di provare qualche loro ottica e meccanica non si può non riconoscerne il valore intrinseco, ancora oggi ai massimi livelli per prestazioni.

Il riconoscimento, lontano dal mercato italiano che non è solo ristretto quanto a numeri ma soprattutto ignorante dal punto di vista culturale, è facilmente osservabile nei pochissimi esemplari che, di tanto in tanto, compaiono sui siti d’aste internazionali che attribuiscono ai piccoli 65mm. (ad esempio) valori superiori ai 2000 dollari per il solo tubo ottico.

RICERCA E ACQUISTO

Da amante dei telescopi giapponesi non posso negare di aver vagheggiato l’idea di acquistare un piccolo 50/750 o 50/800 oppure un 65/1000 ma lo stato di conservazione degli esemplari disponibili in occidente e il loro giusto costo mi ha sempre scoraggiato.

Ultimamente ho invece avuto la fortuna di imbattermi in un magnifico esemplare di GOTO 80/1200 in condizioni incerte ma con un prezzo di acquisto, vinto per asta, accessibile benché certo non popolare.

La mia scuderia di strumenti avrebbe potuto anche fare a meno del nuovo rifrattore ma l’occasione mi ha tentato e non ho resistito alla piccola pazzia di farlo mio.

CARATTERISTICHE GENERALI

Il GOTO 80/1200 possedeva, al momento della commercializzazione, alcuni fratelli con focali e caratteristiche ottiche ben specifiche. la famiglia degli 8 cm. si fregiava del modello acromatico classico (appunto il 80/1200 in mio possesso) oltre ad un 80/660 in versione con vetri ED, un 80/100 sempre ED e un 80/1200 in fluorite. Tutti questi strumenti prevedevano un obiettivo a doppietto ma si ha notizia anche di una versione a tre elementi da un metro di focale.

Si tratta sicuramente di versioni molto molto rare che non rientrano nel mio attuale orizzonte di possibilità (al di la del fatto di non aver mai avuto occasione per acquistarne uno) ma devono essere citate e ricordate per aiutarci a comprendere l’esclusività del prodotto che era sicuramente dedicato ad una ristrettissima schiera di facoltosi astrofili dell’epoca. Va inoltre ricordato che il modello 80/1200 e la serie da 8 cm. in generale compare nel catalogo del 1974 (e successivi) ma non in quello del 1966 quando era ancora in listino la versione da 75mm. con attacco a viti del tubo sulla montatura. Al momento mi mancano cataloghi a cavallo del 1970 e quindi non so essere certo sull'anno di presentazione. Il 80/1200 ha comunque avuto una vita commerciale lunga e fortunata e solo negli ultimi anni gli si sono affiancate versioni con ottiche particolari semi o completamente apocromatiche. 

Il “nostro” 80/1200, come accennavo, è il classico rifrattore da 8 cm. a f15 dotato di una meccanica ed ottica di primissimo piano benché “tradizionale” nella sua geometria. Un doppietto fraunhofer inserito in una cella regolabile con tre coppie di viti push/pull intubato in alluminio di robusto spessore e ottima finitura, una serie di diaframmi interni e un annerimento di alto livello (soprattutto per l’epoca), un focheggiatore a pignone e cremagliera molto ben realizzato sia per finiture che per meccanica erano la dotazione standard. Incredibile la fluidità di scorrimento del focheggiatore che ostenta movimenti fluidi, assenza di basculamenti e una estrazione generosa oltre alla scala graduata serigrafia sul canotto.

La qualità di realizzazione emerge in ogni dettaglio del tubo ottico che può essere smontato in varie parti sia per quanto riguarda la cella dell’obiettivo che per la parte di focheggiatura con anelli di raccordo interamente filettati.

Molto bello appare anche il supporto del cercatore con viti di regolazione a manopole ben dimensionate e ottiche capaci di restituire immagini contrastate su tutto il campo. Il focheggiatore è ovviamente dotato di meccanismo di messa a fuoco sia a scorrimento che a vite per la regolazione diottrica fine.

Il paraluce smontabile e la serie di accessori meccanici e oculari in dotazione è altrettanto valida e completa con schermo di proiezione solare e una serie di completa di che spaziano dai 6 ai 40 millimetri di focale.

Bellissima e ben organizzata anche la cassa in legno di trasporto e completa la documentazione cartacea allegata allo strumento con certificati di qualità e istruzioni sulla compatibilità dei tanti accessori disponibili.

Abituati come siamo oggi a strumenti “essenziali” trovare set completi di così alto livello è spunto di riflessione su come sia cambiato il mondo dell’astronomia amatoriale e su quanto, un tempo, si cercasse (sia nei prodotti di alta fascia che su quelli relativamente economici e abbordabili) di offrire un pacchetto completo e definitivo all’acquirente.

Ai fini dell'articolo e di una corretta considerazione delloggetto trattato va detto che nel 1979 (primo listino di cui dispongo) il modello "1051" (appunto il nostro 80/1200) costava, nella versione con montatura equatoriale e cavalletto in legno, la bellezza di 230.000 yen (!!!) e aveva in dotazione 4 oculari: MH-6, MH-12,5 - MH-25, K-40.

UNO SGUARDO AL CATALOGO GOTO 1974

Sfogliare (anche solo a video) un catalogo GOTO degli anni '70 o seguenti permette di cogliere nella sua interezza la portata e livello dell’azienda giapponese. Non so se siano più impressionanti le macchine optomeccaniche da planetario, gli eliometri o le cupole ma è certo che i grandi strumenti telescopici (e mi riferisco in particolare modo ai rifrattori da 250 e 200 millimetri ed al newton cassegrain da 300) trasmettono una sensazione di professionalità che la maggior parte dei produttori occidentali poteva solamente sognarsi e che sono allo stesso livello delle migliori realizzazioni Zeiss.

Non commento ulteriormente le pagine che lascio il lettore ammirare in tutta calma, mi permetto solamente di ricordare che una azienda oggi importante come Takahashi in quegli anni produceva piccoli rifrattori e qualche newton da non più di 130 millimetri di diametro.

LA FAMIGLIA GOTO DEI 65/80 mm.

Rara, da noi quasi sconosciuta, la famiglia GOTO KOGAKU dei “piccoli rifrattori tra i 50 e gli 80 millimetri è ampia e varia. Dal celebre 50/750 per passare ai 65/1000 e ai 76/1350 e poi alla serie “80” declinata, come si evince nei cataloghi riportati, in varie lunghezze focali e schemi ottici, acromatici e apocromatici...

Nelle immagini qui sopra (tutte non dell’autore) ritroviamo da sinistra a destra: un 65/1000, un 80/660 su montatura Mark-X, un 80/1000 e un 80/1200 anch’essi installati su Mark-X, e un ultimo 80/1200 su equatoriale Mark più moderna.

PRIMA LUCE E STAR TEST

Quando incappai (certo non per caso, lo ammetto) nell’asta di compravendita del GOTO 80/1200 mi ritrovai una serie di immagini dello strumento che ne attestavano la completezza ma anche uno stato di conservazione non da primato. Le ottiche apparivano non perfettamente pulite, il tubo ottico sporco e con qualche “chip”, il gruppo di focheggiatura con la vernice rovinata in più punti e il resto degli altri accessori bisognosi di un restauro attento e delicato ma apparentemente non proibitivo né per impegno né per costi.

E’ indubbio che il solo sistemare in modo adeguato un simile strumento costi tanto quanto acquistare un moderno apocromatico di pari apertura ma è altrettanto vero che il ritorno di immagine, piacere e valore intrinseco è congruo all’impegno ed esborso profusi.

A seguire alcune immagini del sito d’asta all’atto dell’acquisto.

Immagini dello strumento all’atto dell’acquisto. Sembrava in buono stato

ma ciò che mi è arrivato versava in condizioni disastrose…

Una volta giunto, lo strumento è stato religiosamente liberato dagli imballi e dopo aver controllato lo stato generale ho provveduto ad una pulizia sommaria delle sue varie parti senza però rimuovere e smontare l’obiettivo.

Volevo operare un primo star test e valutazione delle ottiche e degli allineamenti originali così da farmi una idea delle caratteristiche generali prima di operare un restauro approfondito e l’eventuale registrazione degli elementi ottici.

Ho così atteso una sera di seeing moderatamente accettabile e organizzato una provvisoria installazione sulla mia Ioptron CEM-60 su colonna fissa.

Lo star test è avvenuto inizialmente sulla brillante Arturo senza utilizzo di diagonali e con gli oculari del corredo GoTo.: un 25mm, un 18, un 12,5, e due 6 mm tutti in configurazione HM oltre ad un otoscopio classico da 9 mm.

Tralascio le informazioni sulla meccanica (che darò in seguito) per soffermarmi sull’iniziale star test che, ringraziati gli angioletti del cielo protettori dei rifrattori giapponesi, è stato di ottimo livello.

La lieve scollimazione iniziale, dovuta probabilmente alla mia opera di smontaggio, pulizia e rimontaggio degli elementi ottici era limitata all’inclinazione della cella e agendo opportunamente sulle tre coppie di viti push & pull ho potuto aggiustarla in modo quantomeno accettabile e comunque sufficiente a verificare le caratteristiche principali del doppietto e valutarne il grado di qualità.

Eccellente la quasi totale assenza di aberrazione sferica benché le immagini di intra ed extra focale appaiano leggermente differenti con un accenno di sovra correzione. Nessun errore zonale è però emerso e il grado sia di lucidatura che di lavorazione generale mi è parso decisamente sopra la media tanto che l’immagine in piena focalizzazione della stella appariva senza incertezze, pulita, e geometricamente corretta.

Lo studio dello shift di correzione ha evidenziato un’ottica che, almeno dall’indagine visiva, sembra avere una correzione cromatica uniforme tanto da lasciare emergere all’occhio una lieve traccia di fuori fuoco sulla lunghezza d’onda rossa nei soggetti ad alta luminosità.

E’ un comportamento che ho già visto altre volte su ottiche degli anni ’50, ’60 e ‘70 e che è proprio di un progetto ottico nato così quando le esigenze erano meno mirate di oggi a privilegiare una zona dello spettro rispetto alle altre.

E’ stato molto divertente intercambiare gli oculari da 25, 18, 12,5 e 6 millimetri in dotazione (tutti con barilotto da 24,5mm. e con poteri tra i 48 e i 200 ingrandimenti circa) ma ho dovuto ricorrere al 4mm. otoscopio Takahashi e ai suoi circa 300x per appurare e tranquillizzarmi sulla capacità di focalizzazione dell’ottica.

Nonostante la collimazione perfettibile lo strumento reggeva agevolmente il potere raggiunto e mi ha concesso quindi un lungo sorriso e convinto a procedere al suo completo restauro.

Per finire la serata con una nota romantica ho installato il bellissimo oculare K-40 a vite (usabile rigorosamente senza diagonali) che offre 30X e un campo apparente mediamente ampio tanto da permettere di inquadrare cinque volte il sistema Mizar-Alcor (perfettamente separato) e concedere una quasi perfetta uniformità di campo con aberrazioni assolutamente trascurabili anche a ridosso del diaframma (un gran bel risultato per lo schema ottico e la sua età anche se sicuramente aiutato dalla lunga focale del GoTo).

RESTAURO COMPLETO

Contrariamente a quanto generalmente si fa con tubi ottici di pregio, per i quali si manda in carrozzeria le parti quantomeno del tubo e paraluce, ho deciso di fare tutto in casa. Il lavoro è stato divertente e ha interessato tutti (nessuno escluso) gli elementi formanti il telescopio.

Ho cominciato dal cercatore che ha richiesto un’opera molto accurata ed approfondita. Il pezzo è stato completamente smontato separando viti e parti meccaniche compresi i due elementi del doppietto Fraunhofer (con 3 spaziatori microscopici) e il vetrino serigrafato posto prima dell’oculare. Ho smontato anche l’oculare e il suo sistema di messa a fuoco e poi ho proceduto alla riverniciata dei vari elementi nei colori bianco e nero. 

Le viti di regolazione (molto belle) sono state interamente spazzolate per fare emergere il fondo di ottone che è tornato al suo antico splendore.

Lo stesso trattamento è stato riservato ai canotti porta oculari, a tutte le viti esistenti, prima di passare al tubo principale.

Focheggiatore e cella sono stati portati a nudo, interamente sgrassati e riverniciati e infine rimontati e lubrificati.

Il doppietto principale è stato separato e ripulito, controllati i segni di primo montaggio e progetto e assemblato nuovamente.

L’interno del tubo, con i suoi cinque diaframmi (e per onore di cronaca va riferito che altri due sono presenti all’interno del cercatore) è stata la sola parte dello strumento lasciata intatta esibendo un annerimento da primato (in barba ai suoi anni ho dovuto indagare con una torcia elettrica per rendermi conto del numero dei diaframmi interni…).

Il tubo è stato esternamente riverniciato ma dopo il rimontaggio mi sono accorto che il lavoro presentava alcune alonature che stonavano con l’insieme.

Così ho ricominciato da capo e naturalmente sono riuscito ad ammaccare lievemente il tubo e costringermi a ribatterlo. Piccola cosa, sia chiaro, ma mi infastidisce.

Una volta rimontato lo strumento appare splendido e risulta difficile non apprezzarne il blasone, la fattura e la rarità. E se questo non basta ci si può osservare attraverso per comprendere che la magia è e resta sotto la volta stellata…

PRIMO TEST

La prima cosa di cui ci si innamora nell’utilizzo di questo GoTo è il focheggiatore di cui raramente ho trovato eguali nella produzione moderna e quasi mai in quella vintage.

Sebbene sia limitato nel diametro a circa 36 millimetri e tendenzialmente lo si utilizzi con lo standard dell’epoca da 0,965 pollici non si possono che tessere lodi di questo elemento che per fluidità e regolabilità oltre che assenza di giochi e incertezze stupisce e si pone come punto di riferimento.

Nonostante la cremagliera sottile il focheggiatore GoTo è testimonianza di come, se gli elementi sono ben dimensionati e lavorati con tolleranze strette, anche un semplice pignone e cremagliera può non nutrire complessi nei confronti dei migliori ibridi crayford moderni.

Sopra: immagine dell’oculare da 40 millimetri in dotazione. 

L’immagine sopra, non dell’autore ma dallo stesso trattata, cerca di restituire

vagamente quanto percepibile all’oculare del 80/1200 giapponese sotto un cielo

lattiginoso cittadino con discreta trasparenza.

LA MONTATURA GIUSTA

La MARK X, montatura GOTO di classe medio piccola (paragonabile ad una Super Polaris Vixen dell’epoca ma con soluzioni che la rendevano un pochino più robusta tratte da montature di classe superiore) rappresenta, anche se non compare nella prima versione del 80/1200, la montatura “ideale” per lo strumento anche in virtù degli stessi natali.

E’ bella e credo anche ben costruita (benché non ne abbia mai avuta una tra le mani ho visto come si presenta da “smontata” grazie ad alcune immagini scovate in un sito giapponese) ma non incontra il mio gusto estetico principalmente per via della sua colorazione, un blu elettrico che poco si addice al contrasto di bianchi e neri del rifrattore.

Ne ho trovate un paio, una delle quali completa di tutti gli optional dell’epoca compresa la centralina di controllo semi-elettronica, a prezzi rispettivamente alti e stratosferici (superiori ai 2500 euro per l’esemplare “full optional”) e così ho cautamente rinunciato al loro acquisto.

Alla ricerca di una sostituta che potesse avere senso ho vagliato alcune soluzioni prima di essere abbracciato dalla generosità di un grande amico che mi ha fatto dono della sua New Polaris Vixen conservata da oltre ventisei anni in condizioni realmente pari al nuovo e dotata della versione non estensibile del cavalletto originale in legno.

Va detto che alcune recensioni nostrane denigrando il progetto New Polaris attribuendogli errori strutturali pur lodandone la fluidità dei movimenti.

Non mi trovo particolarmente allineato alle critiche mosse alla montatura sebbene riconosca che le vite di regolazione dell’altezza sia posta in una posizione tale da renderla debole e il suo sistema di regolazione privo di senso oltre che ostacolato nel movimento dalla scelta di usare un perno scorrevole non rimovibile come “chiave” di forza.

A parte questa eccezione devo invece promuovere sotto quasi tutti gli aspetti il progetto Vixen che ha saputo realizzare una montatura piccola, leggera, trasportabile con una ottima capacità di carico, accoppiamenti molto ben realizzati, movimenti fluidi e la possibilità di una motorizzazione sia sull’asse di ascensione retta che di declinazione.

Se è infatti vero che la New Polaris nasce con i soli movimenti micrometrici manuali è altrettanto vero che entrambi possono essere dotati di motorini di movimento anche se il loro posizionamento richiede supporti e qualche carter realizzati ad “hoc”.

Nel mio caso ho momentaneamente rinunciato alla loro installazione e mi sono limitato all’utilizzo manuale.

Nonostante la lunghezza non irrilevante del tubo ottico (133 cm. con paraluce e diagonale installati) e il suo peso di 5 chilogrammi comprensivo del massiccio cercatore, la equatoriale giapponese si rivela più che adeguata.

Un test effettuato su terreno erboso mi ha permesso di verificare un tempo di smorzamento delle vibrazioni a seguito del classico “colpetto” sul focheggiatore prossimo ai 2 secondi con ingrandimenti di 170x (oculare otoscopio Takahashi da 7mm) e 200x (oculare HM Goto 6mm.), e meno di 3 secondi a 300x (oculare otoscopio Takahashi da 4mm.). Si tratta di valori più che accettabili per un set-up trasportabile che però, da soli, non bastano a comprendere la gestibilità dell’insieme.

Non ho infatti mai compreso che senso questo “test” abbia considerando che tali urti avvengono solo accidentalmente. Ritengo invece molto più indicativo valorizzare, almeno in modo qualitativo, la facilità o meno di messa a fuoco agendo sulle manopole del focheggiatore.

Senza particolari accorgimenti l’operazione è agevole fino a circa 200x ma diventa più traballante a 300x dove serve un po’ di “mestiere” per facilitarsi le cose. Il solo appoggiare l’occhio al bordo dell’oculare trasforma un’operazione da mal di mare in una pratica decisamente più piacevole benché, a questi ingrandimenti, la mancanza del moto orario in A.R. si faccia sentire non poco.

Se ci si limita però ai 170-200x anche il tempo utile di osservazione prima di dover correggere manualmente il puntamento risulta accettabile e l’osservazione ne beneficia.

Ammetto che l’opzione “puri e duri” non sia agevole ma il fascino che porta seco il fare astronomia come quarant’anni fa ha il suo innegabile fascino. Per una notte almeno, dalla seconda è consigliabile intervenire con l’acquisto di un motorino…

Il GOTO 80/1200 installato sulla New Polaris Vixen

Il motorino in A.R. controllato da una pulsantiera a 2x e 8x in vendita nei negozi

specializzati alla cifra di 99,00 euro (una RAPINA direi). Foto non dell'autore

Altro aspetto da valutare nella scelta dello stativo concerne la lunghezza del tubo e la posizione in cui andrà a sistemarsi l’oculare nelle varie posizioni osservative.

Un rifrattore da 8 cm. aperto a f15 richiederebbe una alta colonna ma ciò lo renderebbe molto meno trasportabile. 

Il cavalletto di serie della New Polaris, nel mio caso la versione a sezioni fisse, permette una altezza dal suolo nella mezzeria degli anelli di circa 115 cm, valore un po’ limitato che impone di sedersi su uno sgabellino basso oppure per terra quando si puntano regioni prossime allo zenit.

In compenso è leggero, robusto quanto serve, e anche molto “vintage” e si presta quindi bene allo scopo.

Il contrappeso della New Polaris "prima serie" lavora su un’asta dotata di filetto e la sua regolazione avviene avvitandosi alla medesima con una soluzione a mio avviso ottimale e sicuramente molto più precisa e sicura che non quella di norma adottata (vedi anche versioni successive della medesima montatura) che prevede un’asta liscia e una vite di fermo del contrappeso.

Quando il bilanciamento è ottenuto l’utilizzo della New Polaris è comodo, veloce, ineccepibile e l’insieme telescopio-montatura di rara bellezza.

SISTEMI MULTIPLI: FOTOGRAFIA

Contrariamente a quanto sono solito fare non vi parlerò delle prestazioni visuali  del GoTo Kogaku sui sistemi multipli ma suppongo sia chiaro, anche da quanto seguirà, che lo strumento performa in modo ottimale su questi soggetti in virtù sia del suo rapporto focale che della qualità generale delle sue ottiche.

Mi soffermerò invece sulla ripresa fotografica che il GoTo permette in accoppiamento ad una semplice camera CMOS e ad una barlow economica, anche sotto un cielo lattiginoso e ben poco utile a tale scopo come quello milanese.

Ho dedicato una serata alla ripresa di alcuni sistemi famosi ma accomunati da caratteristiche utili a testare le possibilità limite strumentali. La camera QHY5L-II a colori (scelta per permettere il godimento delle tonalità principali delle stelle ritratte) è stata coadiuvata da una barlow cinese acromatica con fattore moltiplicativo nominale di 5x e ha operato con filmati molto corti, tra i 1000 e i 1500 frames, di cui è stato usato per lo stacking e l’elaborazione il solo 10%.

Si tratta quindi di immagini somma di 100 o 150 frames ritratti con un valore di FPS in fase di ripresa molto basso e mai superiore ai 10/12 fotogrammi per secondo.

La prima è stata dedicata a Ras Algethi, Alpha Herculis, su invito dell’amico Daniele presso un forum generalista.

La doppia in Ercole è un bellissimo sistema multiplo con alcune componenti invisibili poiché troppo deboli oppure troppo prossime ma la cui coppia principale offre un certo spettacolo. Le componenti di magnitudine 3,48 e 5,40 sono attualmente separate di un angolo pari a 4,6” (anno 2016) con un angolo di posizione di circa 103°

E’ stata poi la volta della Delta Cygni, a me cara poiché tante volte usata per test e confronti, sistema multiplo con almeno sei componenti di cui le più famose, di magnitudine 2,89 e 6,27 rispettivamente distano tra loro 2,7”. Si tratta di un sistema non facile data la differenza di luminosità importante e fotografarla con successo dal cielo di Milano con un 8 cm. è un incoraggiante risultato. La debole compagna appare come rinforzo sul primo anelo di diffrazione della componete principale.

Il sistema più ostico è però risultato essere quello di Mu1 Cygni, altro multi agglomerato di 7 o più componenti con orbite variamente interpolate tra loro. La coppia di riferimento si trova al ridosso del limite strumentale superandolo quasi. Un 80 mm., secondo la legge di Dawes, dovrebbe consentire separazioni di circa 1,5” quando le componenti hanno luminosità uguale o quantomeno molto vicina.

La Mu1 Cygni, nei suoi astri A e B, vede una separazione proprio di 1,5 secondi d’arco ma con una differenza di magnitudine tra le due stelle di 1,43 punti con luminosità proprie pari a 4,75 e 6,18.

Riprenderlo è quindi una coraggiosa impresa soprattutto quando l’elevazione sull’orizzonte è prossima ai 45° e quindi molto lontana dall’optimum.

Nonostante questo il GoTo Kogaku 80/1200 è riuscito nell’intento pur con una definizione di immagine non esaltante.

Ultimo sistema, sempre facile e bello, è stato quello di Beta Cygni, la famosa Albireo, che è stato ripreso senza l’aggiunta della barlow 5x che ha invece permesso le altre immagini sopra riportate. Va detto che l’immagine all’oculare di tutti i sistemi ritratti appariva più “facile” e convincente di quanto ottenuto con la camera QHY5L-II a colori, con la quale sono stati ripresi filmati da 1000 frames per un totale di 100 usati in stacking, oltre ad una migliore saturazione dei colori e percezione degli anelli di diffrazione e del disco di Airy.

IL SOLE IN PROIEZIONE

A corredo del GoTo Kogaku in mio possesso ho trovato anche uno schermo di proiezione solare con asta e anello di ritenzione da applicarsi sulla parte fissa del focheggiatore. L’opera di restauro che ha interessato il resto dello strumento ha toccato anche questo accessorio che, una volta ripulito e riverniciato nelle parti che lo necessitavano, si è presentato in splendida forma ma con un colore avorio dello schermo che raramente ho visto.

Abituato al bianco ghiaccio che caratterizza i prodotti vintage marchiati Vixen, Mizar, Tasco e similari, l’avorio caldo del GoTo mi è parso quantomeno strano così come la scelta del materiale impiegato: una plastica termoformata (molto bella ma delicata).

All’atto dell’utilizzo ho però apprezzato il progetto che permette uno scorrimento semplificato lungo il tubo di supporto e una tonalità calda all’immagine offerta che ha sapore squisitamente “vintage”.

Per i test ho sostituito il portaoculari in ottone dal diametro di 0,965” con uno moderno Takahashi da 31,8mm e impiegato una serie di oculari plossl semplici.

Purtroppo il disco solare non conteneva al momento dell’osservazione alcuna macchia rilevabile (assenza confermata poi dall’utilizzo del prisma di Herschel) ma ho potuto apprezzare il disco di piena illuminazione oltre alla possibilità di raggiungere una messa a fuoco precisa sul bordo solare.

IL SOLE IN LUCE BIANCA: CONFRONTO CON UN "SUPER" 102/920 

Il primo confronto vero cui ho sottoposto il GoTo Kogaku 80 F15 ha visto protagonista il Sole nella giornata del 6 agosto 2016. A suo fianco ho montato il mio 102/920 acromatico simpaticamente ribattezzato Stufachro ben sapendo che non ci sarebbe stata possibilità per il GoTo di pareggiare il rifrattore di maggiore diametro.

L’osservazione solare, almeno entro certi limiti, è molto subordinata al potere risolutore dell’ottica, anche in condizioni di seeing ballerino. Va inoltre ricordato che il 102/920 era rimasto attaccato alle caviglie di un Takahashi FS-102 fino ad ingrandimenti molto spinti sui panorami lunari certificando in qualche modo una qualità non comune del suo doppietto.

Le osservazioni della nostra stella sono state effettuate con l’ausilio di un prisma di Herschel da 31,8 mm di marca Lunt e una serie di oculari plossl con focali comprese tra i 20 e i 10 millimetri. Per attenuare inoltre la quantità di radiazione luminosa ho interposto filtri lunari al 15% e 30% di passaggio rispettivamente in abbinamento al 102mm. e al 80mm.

La differente focale degli strumenti (920mm contro 1200mm.) ha reso difficile ottener ingrandimenti uguali e anche la differente densità dei filtri può aver leggermente falsato il risultato anche se la luminosità globale delle immagini risultava piuttosto simile tra le due configurazioni.

Il Sole è entrato nel suo periodo di minimo ed è avaro purtroppo di particolari eclatanti. Non è difficile trovare giornate completamente prive di macchie o brillamenti e anche quando questi si manifestano la loro estensione e numero risulta modesto.

Il pomeriggio del 6 agosto ho potuto osservare due gruppi di macchie composti da elementi piuttosto piccoli ma numerosi ed eterogenei per forma e densità. Il primo spostato verso il lembo, il secondo quasi al centro del disco solare.

Attraverso il GoTo 80/1200 accoppiato prima all’oculare Kasai OR 18mm. e poi al plossl 12,5mm le maculae si presentavano piuttosto nette con un buon contrasto e una facile interpretazione sia della morfologia interna che esterna. Bella la zona di penombra e leggibile anche una leggera granulazione, specialmente nelle parti circostanti le macchie. Appena visibile, verso il lembo solare, una zona densa di brillamenti che mostrano un tenue contrasto con il resto della fotosfera.

Passando al 102/920 mi è parso di accendere un sistema di esaltazione dei dettagli.

I soli due centimetri di differenza, uniti alla qualità del 4 pollici che, pur non eguagliando il 80 f15, si distingue per finezza non comune sembrano permettere “una marcia in più”.

La granulazione, appena percepibile con il Kogaku, diviene immediatamente visibile con una tridimensionalità interessante e un contrasto di buon livello. Le macchie e le loro caratteristiche non sembrano beneficiare nel medesimo modo mostrando gli stessi particolari accessibili al rifrattore giapponese o quasi. Sono invece i brillamenti e alcune facole, al limite nel 8 cm. a diventare qui evidenti e ben definite.

Il filtro con banda passante del 15% offre sì la stessa quantità di luce permessa dalla versione al 30% su strumento più piccolo ma evidentemente aiuta anche a esaltare maggiormente i contrasti molto bassi aiutando la visione attraverso il 4 pollici.

La conclusione, ovvia e indiscutibile, è che sul Sole il 102/920 dimostra un margine incolmabile per il più piccolo 80/1200, come uno spartiacque che tende a individuare il diametro minimo che permette di trasformare la visione appena percepibile della granulosità solare da quella netta e tridimensionale.

Le due immagini presentate (che sono la differente elaborazione dallo scrivente effettuata sulla medesima immagine) rappresentano in modo piuttosto fedele la differente resa dei due strumenti sulla fotosfera solare il giorno 6 Agosto 2016. Sopra la visione del GoTo 80/1200, sotto quella del 102/920. L’immagine di partenza non è dell’autore ma rappresenta, con differenza di circa 1 ora, la situazione effettiva di osservazione.

PIANETI: OSSERVAZIONE E RIPRESA

Ho avuto solo qualche scampolo di tempo la sera del 8 Agosto 2016 per tentare qualche ripresa a soggetti celesti famosi.

La Luna, ancora lontana dal primo quarto, tramontava molto presto con il cielo ancora molto luminoso e il momento in cui ho potuto riprenderla (una manciata di filmati, forse 5 o 6) il cielo era bianchissimo, i contrasti limitati e la gestione del “gamma” molto difficile.

Il GoTo Kogaku ha lavorato sulla Luna in accoppiamento alla camera QHY5L-II monocromatica e solo in occasione di un filmato ho aggiunto alla coppia la barlow Ultima 2x che ha però generato una strana sovracampionatura che ha inficiato la resa dei grigi creando zone pixelate.

Ho dovuto lavorare un pochino con i livelli di offset per ottenere immagini “bilanciate” che restano lontane però da quanto si possa ottenere con il nostro satellite alto sull’orizzonte e in condizioni di maggiore contrasto. Va anche detto che le zone basse dell’atmosfera milanese si mostravano molto dense e parzialmente velate da nuvole a velo locali che hanno ulteriormente deteriorato le immagini sia lunari che, soprattutto, di Saturno.

Nonostante Marte fosse piuttosto basso e avvolto in una turbolenza indicibile ho tentato comunque un filmato da 5000 frames di cui ne ho tenuti il 40% (un azzardo viste le condizioni generali del filmato) ma qualcosa è emerso comunque ed è possibile ammirare alcuni particolari sul globo.

La ripresa di Saturno (anche per lui come per Marte ho avuto a disposizione solo un tentativo) è stata un calvario. Il velo del cielo ha reso il pianeta estremamente debole ed evanescente e gestire i parametri di ripresa appariva impossibile. Ho trovato una messa a fuoco accettabile e, nonostante il pianeta fosse uno “spettro”, ho ripreso un filmato di 2500 frames.

il valore di FPS, che per Marte era ancora di circa 40 o poco superiore, era crollato su Saturno a circa 7/8 che ho forzato con lo “speed gain" portandolo a circa 18/20.

Fortunatamente il momento di ripresa il seeing è parso quotarsi e ho potuto usare circa 1000 frames in totale con cui eseguire lo stacking e la successiva elaborazione con regista 6.0

Certo non un risultato da primato quello ottenuto ma comunque indicativo sia in relazione ai soli 8 cm. di apertura del GoTo sia in considerazione delle condizioni di altezza sull’orizzonte (circa 20 gradi).

Tralasciando i risultati fotografici che sono la summa di una serie di fattori (decisamente non favorevoli in questo caso), molto indicativa è stata l’osservazione visuale che ho potuto compiere su Luna, Marte e Saturno.

Osservando il nostro satellite è davvero difficile rilevare tracce di aberrazione cromatica che, quando emergono, sembrano più causate dalla fluttuazione del seeing o da un fenomeno di parallasse che non dal doppietto frontale.

La Luna era bassa al momento dell’osservazione ma la sua immagine, fortemente turbolenta, lasciava comunque intravedere molti particolari e presagire prestazioni di ottimo livello in condizioni migliori.

Bellissimo invece Saturno, forse più che in foto, che ho colto prima di dedicarmi alla sua ripresa quando ancora il velo nuvoloso non lo aveva avvolto. Nettissima la divisione di Cassini e anche la calotta polare oltre ad un accenno debole di fascia tropicale/equatoriale (oculare plossl da 6mm. capace di circa 200 ingrandimenti).

La modesta elevazione ha invece reso ben poco proficua l’osservazione di Marte che, a 200x, esibiva la fase e forse una “macchia” sulla superficie. La definisco tale perché la turbolenza rendeva irriconoscibile qualsiasi formazione certa. Più riposante l'osservazione a circa 120x (plossl 10 mm.) benché il pianeta sia molto più piccolo.

La sera del 22 aprile 2017 ho dedicato il GOTO 80/1200 a qualche osservazione e ripresa di Giove. Nonostante il seeing non favorevole (circa 5/10 nei momenti migliori calcolato per un 8 cm.) sono riuscito d estrarre qualche particolare interessante dalla mutevole coltre di nubi del gigante gassoso. Le riprese sono state effettuate con una piccola camera planetaria economica QHY5L-II a colori in assenza di filtri ed eseguite sia a focale natia (1200mm.) per riprendere anche i quattro principali satelliti che in abbinamento ad una balrlow 2x Celestron per l'immagine del solo disco planetario. In riferimento alla seconda immagine va detto che il campionamento non era ottimale e il seeing, con un jet stream molto veloce, ha impedito l'ottenimento di particolari ben definiti.

Nel mese di giugno del 2017, tra i mille test continuamente in corso, ho dedicato una mezza serata all'osservazione di Giove con il bel rifrattore giapponese. Il seeing non molto buono (punte di 6/10 parametrate all'esiguo diametro) e un pizzico di velatura del cielo non hanno permesso grandi performance ma la foto d'insieme qui sotto riportata con 3 dei 4 satelliti visibili non è malvagia.

INCONTRO CON IL 76/1250 ANTARES

Mettere fianco a fianco il GoTo 80 F15 con il 76/1250 è stato emozionante e divertente. Lo scopo era valutare se e quanto fosse superiore il GoTo.

Premettendo che i valori di risoluzione e guadagno luminoso sono simili (anche a discapito dei 4 mm di differenza che però risultano non indicativi in quei casi) le differenze sono state ricercate soprattutto nella pulizia di focalizzazione e nel contenimento delle aberrazioni geometriche e cromatiche.

Affinché il confronto fosse “pari” non ho usato diagonali e ho impiegato solamente oculari ortoscopici di altissimo livello (i Takahashi MC Ortho da 24,5mm.) e oculari HM e Ortho GoTo a corta focale (ideali per le visioni a centro campo quanto a incisione e pulizia di immagine).

I due strumenti, che reggono con scioltezza ingrandimenti pari e superiori ai 300x su soggetti stellari, hanno evidenziato caratteristiche di lavorazione diverse che hanno posto il GoTo su un gradino più alto della scala.

L’aberrazione cromatica è risultata lievissimamente (ma parliamo di differenze molto limitate e visibili solo con un confronto diretto serrato) meglio corretta nel 76/1250 (forse anche per via del suo rapporto focale più chiuso e pari a f16,44 contro f15 del Goto). Ho percepito, ad esempio, una lievissima traccia di alone scurissimo nei pressi di Vega più facilmente con il Goto che non con il 76/1250. Entrambi sono però risultati molto corretti anche in accordo con il criterio di Sidgwick che vede valori di 4.84 per il Goto e 5.48 per il 76/1250 (quindi molto superiori ai 3.0 ritenuti la soglia minima per una acromaticità di buon livello).

In compenso l’aberrazione sferica è risultata più alta nel f 16,44 che presenta un “amount” visibile anche se non fastidioso che si risolve, specialmente ad altissimo ingrandimento (300x circa) in una maggiore presenza degli anelli di diffrazione e in una minore trasparenza del cielo tra loro e il disco di Airy.

Inoltre quest’ultimo mi è parso più “cicciotto” nel 76/1250 che non nel Goto 80/1200.

Il 76/1250 Antares con le immagini di intra ed extra focale ottenute a 300x su Vega - foto scattate in afocale a mano con smartphone P8 (da qui il colore blu e la scarsa nitidezza).

La riprova mi è stata fornita in modo visibile nella percezione della compagna della Delta Cygni (il sistema è formato da sue stelle di magnitudine pari a 2,89 e 6,27 separate, nel settembre del 2016, di 2,74”). 

Il sistema è molto utile alla valutazione della focalizzazione ad alto ingrandimento e si è mostrato con una secondaria “perfetta” poggiata sul primo anello di diffrazione con il Goto mentre l’immagine nel 76/1250 appariva meno “netta” con una morbidezza maggiore e una visibilità della compagna meno pulita.

Anche in questo caso le differenze non erano abissali ma l’immagine offerta dal Goto appariva chiaramente migliore.

Altra differenza, molto marcata in questo contesto, è stata rilevata nella fluidità e precisione del focheggiatore che vede un sistema da 10 e lode nel Goto e un semplice onesto e ben funzionante elemento nel 76/1250. I piccolissimi basculamenti e le lievi incertezze nell’aggiustamento molto fine del fuoco palesati dal focheggiatore del f 16,44 hanno decretato una vittoria netta del Kogaku.

Le dimensioni rappresentano poi altra differenza tra i due telescopi. Il 76/1250 risulta molto più leggero e anche più piccolo, sia per lunghezza finale che per diametro del tubo con una sensazione generale di minore solidità tanto che le montature usate per il test (anche intercambiando i tubi) hanno richiesto l’aggiunta di un peso aggiuntivo di circa 1,5 kg. per il Goto al fine di ottenere la perfetta bilanciatura del sistema.

Su due “pianeti” diversi infine il cercatore, sia per qualità costruttiva, statica, di finitura e ottica.

Il sistema Goto si fregia di un peso e di ottiche, oltre che di regolazioni fini diottriche sia sull’oculare che sulla cella porta obiettivo decisamente superiori a quelle del cercatore esistente sul 76/1250.

In conclusione ritengo che le logiche di base dei due strumenti siano emerse in modo netto durante il test anche a testimoniare il differente valore “commerciale” o meglio dire “collezionistico” dei due strumenti.

Se si può ipotizzare per il 76/1250 un valore prossimo ai 300/350 euro bisogna infatti considerare che per il GoTo 80 F15 non ne bastano 1500 (per un esemplare nelle condizioni pari a quello da me usato - oppure parimenti restaurato - e ammesso di trovarlo!).

Il GoTo 80/1200 installato su una montatura Super Polaris Vixen e colonna.

UN ACCESSORIO INTRIGANTE

Croce e delizia, le ruote portafiori hanno un fascino particolare. Mi piacciono, ma non le uso. Le trovo e me ne invaghisco, le acquisto, le installo, e poi le ripongo in un cassetto.

Però questa, che al momento della stesura dell’articolo non è ancora mia, mi piace ed è quasi “necessaria” a completare in modo degno lo strumento. Non so se riuscirò ad ottenerla e non conosco neppure la qualità del suo contenuto ma la sua essenza è intrigante.

Dedicata al GoTo 80/1200 la ruota porta filtri manuale contiene sei filtrini colorati con diametro da 24,5mm. (conformi allo standard del tescopio) e rappresenta un “item” piuttosto raro e oltretutto interamente originale.

Tenterò la sorte e poi vedremo…

I SUOI OCULARI, IL SUO COFANETTO

Sono riuscito, nel corso del tempo, a completare (o quasi) la dotazione di oculari originali che offrono, insieme al bel rifrattore, prestazioni entusiasmanti sia per pulizia che per contrasto di immagine. Al Kellner 40 a vite con adattatore si aggiungono gli HM 25, 18 e 12,5 mm., l'ortoscopico da 9 mm, i due HM da 6 millimetri e l'ultimo arrivato: l'ortoscopico da 4 mm. che ha richiesto un certo restauro ma che è tornato con ottiche pari al nuovo e contrastatissime. Solo il diagonale prismatico da 24,5mm non è originale (ma di produzione Takahashi) benché sia di epoca compatibile. A completare la dotazione i cartellini originali dell'epoca con i numeri di serie, alcuni raccordi in ottone e la bellissima scatoletta lignea decorata dal grande artista di famiglia: mio padre. Splendida la scritta, su ogni scatola, "Cherubino".

CONCLUSIONI

Vintage, anacronistico? Inutilmente caro? "Un doppietto ED cinese di oggi a f9 non fa ugualmente bene?". Probabilmente sì, anzi sicuramente.

Ricordiamoci e consideriamo però che uno strumento del genere si ricerca e acquista per passione, per riportarlo al suo splendore, e perché oggi, anche a parità di prestazioni ottiche, non esiste sul mercato nulla che lo ricordi né che ne eguagli la fattura, se non qualche prodotto “unico” artigianale da amatore oppure qualche suo "real competitor" come lo Zeiss AS80/1200 oppure (anche se con ottiche più corrette) il Takahashi TS-80 (tripletto f15). Con il costo della sola ottica di questo GoTo 80 ci si compra un dobson da 30 o 35 cm. per la felicità di molti spiritosi e si può gustare il brivido della "grande apertura". Non entro nel merito, sarebbero tutte chiacchiere inutili.

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