UN RIFRATTORE DA NIENTE

Come ottenere tanto con pochissimo - anno 2014

INTRODUZIONE

“Era tarda sera quando K. arrivò”.

Si tratta, probabilmente, del più formidabile attacco della storia della letteratura moderna. Lascio a chi è curioso il seguito del capolavoro di Kafka ma mi riallaccio al titolo dell’opera, “Il Castello”, per simboleggiare il concetto di permanenza che alcune contraddizioni e pregiudizi continuano a mostrare nel campo dell’astronomia amatoriale. “Per fare tanto, serve tanto”. E se è innegabile che alcuni limiti possono essere raggiunti solo dalla collaborazione quieta di esperienza, fortuna e strumentazione di alto livello, è altrettanto vero che anche chi non ha mezzi può ottenere risultati soddisfacenti.

Così, un po’ per gioco, un po’ per sfida mi sono imposto di realizzare uno strumento funzionale a budget limitatissimo, non superiore ai 40 euro.

Inizialmente avevo fissato il limite a un livello ancora inferiore ma mi sono reso conto che avrei dovuto piegarmi a eccessivi compromessi rischiando di fallire nel raggiungimento dell’obiettivo prefissato: fotografare la Luna con soddisfazione tale da invogliare altri a cimentarsi in esperimenti analoghi.

Inoltre, e questo volevo facesse parte delle condizioni limitanti il progetto, non avrei dovuto ricorrere a nessuna lavorazione che non fosse eseguibile con i normali attrezzi disponibili e alla portata di chiunque. Nessun lavoro al tornio, nessun intervento da fabbro, nessuna lavorazione metallica che non fosse alla portata del “fai da te spicciolo”.

I limiti imposti avevano il fine di proporre una soluzione da potersi realmente realizzare in casa con il solo acquisto di parti generalmente ritrovabili presso una ferramenta o un grande magazzino.

Non nego che si possa ricorrere ad altre strade. Il mercato dell’usato potrebbe anche proporre ottiche che, per cifre prossime ai 50 euro, offrano il vantaggio di essere “pronte all’uso”, ma è anche vero che la componentistica di cui sono dotate è necessariamente di bassissimo livello (ottica principale a parte mi riferisco a focheggiatore e oculari).

Inoltre, aspetto fondamentale, costruire un piccolo strumento rappresenta una esperienza che ogni astrofilo dovrebbe intraprendere foriera com’è di insegnamenti. 

Ho quindi finto di non aver accesso a tutte le agevolazioni costruttive di cui dispongo e mi sono calato nei panni di chi “deve” arrangiarsi. Utilizzare materiale di surplus posseduto non era consentito dai limiti autoimposti e posso assicurare che avere tutto e non poterlo utilizzare è divertente.

LA SCELTA DEL RIFRATTORE

Per cominciare ho messo un annuncio su Astrosell alla ricerca di un doppietto in cella da 40, 50 o 60 mm. a fuoco medio lungo (tipicamente f10 o superiore) che fosse anche non in condizioni eccelse ma che non richiedesse un investimento superiore ai 15 euro (che, per onestà di pensiero, è un valore congruo). Inaspettatamente hanno risposto in molti e, tra loro, anche un astrofilo di lunga esperienza che mi ha proposto per 10 euro un doppietto 70/900 in cella.

Una volta risolto il problema obiettivo (la scelta progettuale è ricaduta sul rifrattore per semplificare, anche a chi non è un autocostruttore esperto, le cose in fase esecutiva. Dovevo però pensare a TUTTI gli altri componenti del tubo ottico finito: barra a coda di rondine, tubo vero e proprio, anelli, focheggiatore, oculari... e mi erano rimasti 30 euro a disposizione e il mio (poco) tempo.

IL FOCHEGGIATORE

Il “pezzo” più preoccupante era rappresentato dal focheggiatore. Il mio primo progetto prevedeva un sistema formato da un tubo in PVC di diametro inferiore a quello che avrei usato per il tubo ottico vero e proprio che traslasse, manualmente, supportato da due anelli in legno verniciato da fissare all’interno dello strumento. Il sistema è manuale, un po’ difficile da usare, ma raggiunge lo scopo. Al momento della realizzazione mi sono però scontrato con un problema economico/tecnico: mi mancava una “tazza” da trapano della misura esatta a quello necessario. L’acquisto dello strumento sarebbe equivalso a quello di un focheggiatore economico di ultima mano e quindi, nello spirito della logica diretta, mi ha fatto desistere. Così ho cercato un focheggiatore che rientrasse nel budget di 15 euro. In commercio qualcosa esiste a ben guardare ma è di qualità talmente infima da essere non ammissibile, anche per un progetto che fa dell’economia il suo scopo principe. Poi, tramite un conoscente che aveva del “ciarpame malfunzionante”, sono entrato in possesso di qualcosa che, sistemato, avrebbe dato lustro al telescopio. Si tratta di un focheggiatore di vecchio stampo interamente metallico (e anche molto pesante) che soffriva di alcuni mali tipici: basculamenti assiali, criticità di funzionamento, aspetto estetico rovinato, colla e stucchi del secolo scorso ovunque. L’amico me lo ha semplicemente regalato come “press papier” ma, per rigor di giustizia, ho voluto dare al pezzo il congruo valore di 10 euro.

Il focheggiatore ha richiesto un po’ di lavoro per tornare a funzionare. E’ stato interamente bollito per eliminare gli stucchi, smontato interamente, reingrassato e spessorato nelle parti di scorrimento. Il risultato finale è sorprendente. Non solo sono stati eliminati tutti i “giochi” ma ho ottenuto un pezzo molto più qualitativo rispetto alla produzione in plastica stampata cinese e dal peso adatto a bilanciare in modo ottimale il tubo ottico finito.

Unica pecca è rappresentata dalla scarsissima estrazione del canotto che non supera i 37 mm. obbligando un dimensionamento molto attento del treno ottico e della lunghezza del tubo del telescopio. 37 mm. sono davvero pochi, credetemi e il problema si sarebbe presentato più avanti...

Altro problemino legato al focheggiatore in questione era la mancanza di un raccordo che potesse ospitare oculari di misura tradizionale. L’interno del canotto scorrevole è infatti più ampio sia dello standard 24,5 mm. che (di pochissimo) di quello da 31,8 mm. ma risultava dotato di un filetto in grado di ospitare un qualche adattatore.

Sfortunatamente un simile pezzo, acquistato nuovo, avrebbe avuto un costo tale da saturare il risicatissimo “fondo cassa” rimasto.

Ancora una volta il Fato mi ha aiutato e l’enorme quantitativo di ciarpame a disposizione della comunità degli astrofili mi ha messo a disposizione un adattatore per il 31,8 privo di vite di fermo al prezzo discount di 5 euro (la vitina di blocco l’ho aggiunta io rifilettando a “forza” la sede dedicata).

GLI OCULARI

Per gli oculari ho dovuto inventarmi un soluzione folle! Acquistare il passo 31,8 non era possibile visti i costi e così ho pensato ai vecchi oculari da 24,5 che non vuole più nessuno e con 10 euro ne ho recuperati ben due, ottimi.

Ad essere del tutto sinceri al momento dell’acquisto gli oculari erano in condizioni disastrose... ma erano davvero interessanti (ed entrambi "circle V", quindi Vixen)! Si tratta di uno strano Kellner da 28 mm. con intubazione inconsueta ma estremamente ben realizzata e un Huygens da 12,5 mm.

Il primo sembrava avere le lenti rotte, il secondo era talmente sporco che non sembrava neppure averle. Poiché però è meglio non disperare prima di avere tutti i dati per farlo mi sono preso la briga di smontarli e ho scoperto che il Kellner era aveva solo infiltrazioni di umidità tra due elementi e il Huygens, debitamente pulito, appariva molto bello.

Sicuramente chi mi legge, abituato allo schema plossl o multilente successivi, potrà pensare che gli oculari citati siano inutilizzabili ma posso garantire che, almeno per l’alta risoluzione e con i limiti imposti da un campo limitato e da aberrazioni extra assiali visibili, l’Huygens ha prestazioni notevoli in centro campo e il kellner non è poi affatto male. Inoltre, cosa un tempo molto importante (quando i trattamenti antiriflesso erano meno prestanti di quelli odierni) avere poche lenti significava trasparenza e fedeltà cromatica notevole.

Ritengo, all’atto pratico, che i due oculari riportati all’antico splendore siano più prestanti di quelli oggi in dotazione degli strumenti plasticosi cinesi, almeno per quanto riguarda lo scopo che il mio telescopio si prefiggeva: l’alta risoluzione. 

Il fondo cassa si era ridotto a 5 euro e quindi non ho potuto permettermi un 7 mm. (che sarebbe stato il coronamento della dotazione) e nemmeno un diagonale ma ho pensato che se il tutto avesse funzionato a dovere avrei potuto rinunciare a una pizza con Coca Cola e regalarmi uno di questi due indispensabili accessori. Inoltre, e la cosa non fa male, avrei dovuto accettare per un po’ di tempo l’utilizzo classico del rifrattore che come i manuali insegnano non dovrebbe avere specchi sul treno ottico.

La cosa al primo momento non mi sembrò disastrosa ma appena mi soffermai a riflettere mi resi conto che il problema della scarsa estrazione del canotto del focheggiatore avrebbe reso inservibile lo strumento con un diagonale se avessi dimensionato la lunghezza del tubo ottico per andare a fuoco in configurazione priva del diagonale…

TUBO, ANELLI, STAFFA

Ovviamente i 5 euro rimasti apparivano pauperi per terminare l’opera: diagonale, tubo ottico, anelli, cercatore. Ho dovuto operare drastiche scelte e non ne sono poi così rammaricato. Con il kellner da 28 mm. sapevo di ottenere poco più di 30 ingrandimenti e quindi di poter rinunciare momentaneamente al cercatore e con un po’ di fortuna e ingegno avrei fatto bastare il resto.

Un tubo in PVC arancione da edilizia (quello bianco è anche rigido) costa 1,50 euro al metro nel diametro da 80 millimetri, tagliarlo e adattarlo richiede solo un po’ di tempo… però è brutto e impone una riverniciata che costa. 

In preda al furore della spesa ho invece acquistato un tubo in alluminio già verniciato di bianco: 80 millimetri di diametro e 1 metro di lunghezza. 7 euro, fuori budget, ma estetica e forma sono tutt’altra cosa.

Gli anelli li ho invece eliminati dalla lista optando per il collegamento diretto tra tubo ottico e staffa a coda di rondine in legno mediante due supporti, sempre in legno, tagliati in modo da aderire alla curvatura del tubo.

La staffa andava ancora stuccata, carteggiata, e verniciata. Questa operazione non è obiettivamente indispensabile ma lo strumento stava venendo bene e mi spiaceva non dargli un quel “tocco di finitura” che tende a fare la differenza.

Inoltre, affinché la staffa fosse servibile a lungo e non si rovinasse, dopo averla correttamente dimensionata, carteggiata e preparata alla verniciatura, ho creato una “sede” in bassorilievo sul fianco per ospitare una placchetta in alluminio color ottone che ho ricavato da un supporto da quadro. Questo per offrire la corretta protezione nel punto di serraglio della vite di fermo. Incollata e inchiodata la placchetta è stata rivestita in nastro e poi il tutto verniciato a spruzzo con quanto rimasto di una vecchia bomboletta “nero opaco”.

Con altri 1,50 euro (al solo pensarci sorrido) ho potuto permettermi un cartoncino nero (dal prezzo folle in relazione a ciò che è) per il rivestimento interno del tubo e la soppressione dei riflessi. L’operazione è semplice anche se non garantita: si curva il cartoncino, gli si pone del biadesivo su un lembo, e poi lo si strotola all’interno del tubo del telescopio facendo in modo che il lembo adesivo aderisca il più possibile. Un nastro nero da elettricista ne fissa infine la parte “mobile” affinché non si muova più.

Non siamo a livello di opacizzazione Takahashi o TeleVue ma possiamo accontentarci.

DIAGONALE E RACCORDERIE

A conti fatti il mio salvadanaio era in rosso di 4 euro (contando anche viti e bulloncini vari) e mi restavano due dettagli da sistemare... collegare il tubo con il focheggiatore da una parte e con la cella dell’obiettivo dall’altro e acquistare un diagonale da 31,8mm e adattarlo agli oculari da 24,5...

Chi ride fa male perché la situazione non era affatto rosea.

Per il diagonale non ho potuto fare nulla se non elemosinare un pezzo di dubbia qualità e anche rotto. Il problema in realtà era piuttosto semplice da risolvere perché l’ottica era sporca (e si pulisce) e la rottura consisteva nello spanamento del filetto di innesto del portaoculari che, di pvc, non aveva retto il peso degli anni. Colla (messa bene senza colature) e problema risolto. Ovviamente mancava anche la vite di fermo ma anche in questo caso una bulloncino nuovo e una filettatura “a forza” nella plastica ha fatto sì che la “necessità” azzerasse l’ostacolo. Ovviamente il pezzo recuperato non è costato nulla essendo destinato alla “spazzatura” e, una volta restaurato, soddisfa pienamente.

Restava il problema che il diagonale era dimensionato per oculari con barilotto da 1 pollice e 1/4 e io avevo oculari da 0,968 pollici... e la differenza è tanta, non si risolve con un giro di nastro adesivo!

Ancora una volta però la fortuna sembrava aiutarmi e tra i residui delle scatole ho trovato un tubetto di pvc nero il cui diametro esterno era solo un poco maggiore di 31,8 mm. e quello interno solo un pochino maggiore di 24,5. Per l’esterno ho lavorato di lima e carta vetrata e l’ho adattato perfettamente, per l’interno ho spessorato il barilotto degli oculari con una fettuccina di carta adesiva a vellutino nero (quello che usano gli astrofili per annerire l’interno dei tubi e che si compra in qualsiasi negozio di “fai da te”). Lo avevo in casa, vero, ma avrebbe sortito il medesimo effetto un qualunque altro nastro garzato un po’ spesso.

IL PUNTO SULLA SITUAZIONE

Per capire se la mia fatica si stava indirizzando nel verso giusto ho provato ad effettuare una ricerca dei pezzi nuovi reperibili sul mercato necessari alla costruzione del nostro telescopio. Dopo aver indagato il net ho concluso che le condizioni migliori, per materiale nuovo disponibile da assemblare, le avrei potute trovare presso il negozio virtuale del buon Adriano Lolli che offre molti componenti a prezzi competitivi. Ho così preparato la lista della spesa ottenendo i valori sotto riportati (utili anche a verificare la correttezza delle cifre pagate per i componenti recuperati sul mercato dell’usato e presso conoscenti vari).

 

  • doppietto in cella 70/900                           euro    22,00
  • focheggiatore diametro 31,8 mm.              euro    15,00
  • diagonale diametro 31,8 mm.                    euro    28,00
  • oculare H. 12,5 mm.                                 euro    11,00
  • oculare Plossl 25 mm.                               euro    15,00
  • barra a coda di rondine standard “Vixen”    euro    15,00

 

Il tutto per un totale di 106,00 euro a cui aggiungere i circa 9,00 euro per il costo del tubo in lamiera, cartoncino opacizzante interno e bulloncini/vitine varie.

Così facendo avrei speso circa 115,00 euro oltre al tempo di assemblaggio.

Risulta però doveroso dire che il focheggiatore recuperato e restaurato appare di qualità superiore a quello che avrei acquistato ai prezzi sopraesposti ma, anche, che la barra a coda di rondine sarebbe stata in metallo e non in legno come invece nel nostro caso.

Comunque sia la perseveranza e l’impegno mi hanno permesso di risparmiare notevolmente (44 euro mal contati contro circa 115), differenza che vale qualche ora di ricerca e restauro, soprattutto nella logica di contenimento del budget per fini educativi. Qui sotto le immagini dei prodotti acquistabili presso la COMA di A. Lolli in alternativa a quanto reperito nell'usato.

GLI ULTIMI ASSEMBLAGGI

Al punto a cui ero giunto restava solo da collegare focheggiatore, tubo portaottiche e cella del doppietto e, anche qui, i diametri non corrispondevano perfettamente (del resto con che coraggio avrei potuto sperare il contrario?).

L’innesto tra focheggiatore e tubo ottico ha richiesto una sano intervento di carta vetrata e lima, sapientemente usate, e un trapano per l’esecuzione delle fotometrie passanti sul tubo in alluminio. Tutto sommato, a parte l’ovvia non perfetta corrispondenza tra i fori passanti e quelli filettati sul focheggiatore (ma non potendo usare strumenti di precisione è facile sbagliare di 1 mm. nel forare a mano una superficie curva), l’innesto del “retrotreno” è avvenuto in modo soddisfacente e non ha imposto particolari grattacapi.

La cella del doppietto si è invece dimostrata molto più collaborativa. Per una strana congiunzione astrale il diametro del barilotto di ritenzione e l’interno del tubo ottico sembravano quasi compatibili. Ho dovuto solamente spessorare un poco la cella dell'obiettivo (soluzione provvisoria in attesa di testare la correttezza del progetto e poi utilizzare viti passanti e distanziatori metallici di qualche tipo). A parte questo rimaneva da risolvere il problema legato alla corretta lunghezza del tubo ottico. Questa va calcolata molto bene in relazione alle caratteristiche di focale dell’obiettivo e degli altri componenti del treno ottico, soprattutto considerando che il mio focheggiatore dispone di una escursione molto limitata che non offre “margine” di errore.

Ho lavorato cercando di essere il più preciso possibile ma dovevo operare con strumenti limitati (per non inficiare l’esperimento) e quando ho tagliato il tubo ho semplicemente sperato di non aver sbagliato per eccesso. Se mi fossi accorto di dover accorciare ulteriormente avrei solamente dovuto lavorare, ma se avessi esagerato con il primo taglio mi sarei ritrovato con un tubo inservibile, lavoro sprecato e l’impossibilità di recuperarlo dato che avevo già speso più di quanto a budget.

 

... però NON ho sbagliato! 

Il primo test su soggetti diurni (albero e foglie lontani da sotto una tettoia mentre piove abbondantemente) ha rivelato un corretto dimensionamento degli elementi costruttivi e una certa aberrazione cromatica residua (ben visibile come alone bluastro intorno ai rametti che si stagliano sul fondo cielo bianco nuvola). Ho notato anche una certa luce diffusa quando non si osserva perfettamente in asse, problema comune a quasi tutte le ottiche quando si guarda un soggetto luminoso come il fondo cielo bianco diurno (la presenza di nuvole e umidità accentua il problema) e attendo di poter osservare qualche stella campione.

PRIMO TEST SUL CIELO

La prima luce dell’RDN (acronimo di Rifrattore Da Niente) è avvenuta in una sera di fine luglio 2014 tra una nuvola e l’altra.

Erano giorni che pioveva e, non appena si è aperto uno spiraglio che mi ha lasciato intravedere due stelle, mi sono messo all’oculare.

Dopo aver constatato che il kellner da 28 millimetri e il HM 12,5 fornivano immagini molto buone su Albireo (con i colori delle due componenti molto netti e geometrie stellari perfettamente concentriche) ma non sufficienti a testare lo strumento per benino, ho rimosso il nasello adattatore e ho montato un diagonale da 31,8 mm. di media qualità. Per non inficiare i risultati del test ho usato un parco oculari plossl semplici estremamente economici (ogni pezzo non supera i 20 euro di costo da nuovo) e li ho usati tutti, dal 32mm. al 4 mm. (con l’esclusione del 40mm. che non va a fuoco) per poteri compresi tra i 30x circa e i 225x

A ogni ingrandimento, con predilezione per quelli medio/alti, ho avuto immagini stellari inaspettatamente molto buone. Mi sarei realisticamente atteso una resa decorosa, magari affetta da qualche lieve scollimazione, ma ho invece raccolto immagini a fuoco della stella Arturo “da manuale”. I poteri offerti dal 6mm (150x) e dal 4mm (225x) apparivano incredibilmente i migliori per godere del disco di Airy e del primo anello di diffrazione, entrambi molto corretti e geometricamente ineccepibili.

Mi è stato necessario guardare lo strumento per convincermi di essere all’oculare di un rifrattore da poco più di 40 euro e non al cospetto di un’ottica blasonata e ho dovuto cercare attentamente per trovare qualche difetto nell’immagine “a fuoco”.

L’osservatore casuale tende a non accorgersi della presenza di alcune aberrazioni a simmetria centrale quando non esegue lo star test di routine ma chi è abituato a obiettivi di alto livello riesce più facilmente a scovare i punti deboli delle ottiche. L’osservazione puntigliosa dell’immagine stellare a 225x in questo RDN tende infatti a mostrare il primo (e unico) anello di diffrazione un poco più “denso” di quanto ci si aspetterebbe da un’ottica perfetta e, all’occhio attento, suggerisce un residuo di aberrazione sferica (non deleterio ma percepibile).

Eseguendo lo star test la caratteristica dell’ottica emerge chiaramente. Mentre l’immagine di diffrazione in intra-focale appare virtualmente perfetta, quella in extra-focale si presenta impastata e rende difficile discernere i vari anelli concentrici che la compongono. 

Fortunatamente, spostandosi verso il fuoco il difetto tende a scomparire e, anche in virtù del limitato guadagno luminoso offerto dai 70mm. dell’obiettivo, il lascito dell’aberrazione segnalata è quasi irrilevante al fuoco ottimale.

Va anche detto che il potere a cui è stato effettuato il test (che tra l’altro appare inferiore a quello tollerabile dall’ottica!) è pari a più di 80 ingrandimenti per pollice, valore piuttosto alto per un doppietto acromatico da 70 millimetri.

Ho stimato che, su soggetti stellari mediamente luminosi, l’ingrandimento massimo sfruttabile con soddisfazione sia di poco superiore ai 250x, il che pone lo strumento in grado di offrire molte soddisfazioni nell’osservazione dei sistemi multipli con separazione non inferiore agli 1,7”

Migliorabile invece la fluidità del focheggiatore che deve tornare sul banchetto di lavoro per una ulteriore affinatura. Benché perfettamente utilizzabile, il dispositivo tende ad essere però un poco “scattoso”. Ciò non inficia in alcun modo l’osservazione quando si è in abbinamento ad una montatura come la Super Polaris Vixen usata durante la prova, ma altrettanto non si può sperare con le piccole montature traballanti tipiche delle attrezzature da neofita.

ALTA RISOLUZIONE

La prima serata dedicata ai test di alta risoluzione è stata un poco rovinata da condizioni meteorologiche avverse con nuvolette sparse nel cielo che hanno permesso l’osservazione di un solo oggetto.

La scelta, dovuta più al piccolo sprazzo di cielo libero disponibile, è ricaduta sul sistema multiplo di Epsilon Lyrae, la “Doppia-Doppia”, che ha confermato quanto di buono rilevato durante la “prima luce” dello strumento.

L’oculare da 6 mm. plossl economico (per un potere di 150 ingrandimenti) ha disegnato le quattro componenti in modo piacevole con una separazione perfetta. Il disco di Airy appare netto su tutte e quattro le componenti circondato da un primo anello di diffrazione piuttosto debole.

Ho osservato il sistema per qualche minuto, quanto concesso dal movimento delle nuvole, apprezzando la qualità dell’immagine restituita e cogliendo bene la differenza di magnitudine tra le componenti della coppia più stretta (quelle separate da 2,1”) stimando una buona resa dello strumento anche su separazioni inferiori e prossime a 1,8” che risultano alla portata dell’ottica.

Archiviata l’ottima e inaspettata prestazione sulla Epsilon Lyrae mi sono dedicato alla stella Polare, sistema multiplo variabile di grande interesse. Il cielo milanese, lattiginoso e inquinato, non è di grande aiuto alla piccola ottica da 70 millimetri e la stella secondaria, separata da 19” dalla principale, emerge a fatica dal fondo cielo accreditata di una flebile magnitudine di 9,1. La sua percezione richiede un po’ di pazienza ma, alla fine, fa mostra di sé in modo certo, L’ingrandimento migliore appare essere quello di 90x offerto dal plossl da 10 mm.

 

Segue il test comparativo eseguito in occasione della review del rifrattore apocromatico da 70 millimetri TS70-Q che ho messo in parallelo al R.D.N. protagonista di queste pagine. Il risultato, che sulla carta doveva apparire quasi scontato, è stato sorprendente a testimonianza di come i doppietti fraunhofer a lungo fuoco rendano bene sui soggetti che richiedono alti ingrandimenti.

Il test è stato effettuato in confronto con il rifrattore da niente (R.D.N.) da 70/900 autocostruito con materiale di recupero. Considerando l’enorme divario di costo tra i due strumenti (euro 549,00 per il 70 mm quadrupletto e 44,00 euro circa per il 70/900) non dovrebbe esserci paragone ma va tenuta in considerazione anche la focale e il relativo rapporto di apertura tra le due ottiche (f 6,7 per il 70 TS e f 12,8 per il 70mm. acromatico) che, di fatto, permette all’ottica cinese di “tenere il passo”.

Effettivamente risulta difficile, in alta risoluzione, comprendere quale sia lo strumento più performante.

Per farlo ho eseguito una serie di test serrati su tre soggetti stellari, sistemi multipli bel conosciuti che possono, in un modo o nell’altro, mettere in risalto differenze di resa.

Il primo ad essere puntato è stata la doppia EPSILON Lyrae, conosciuta come “Doppia Doppia”, nella zona nord della costellazione della Lira.

E’ un sistema molto usato per testare le ottiche degli strumenti di piccolo, in parte in virtù della separazione e luminosità delle componenti, in parte per il fatto che, essendo poste quasi perpendicolarmente, le due “doppie” possono evidenziare eventuali fenomeni di astigmatismo.

Va detto che entrambe le ottiche appaiono affette da un residuo di aberrazione sferica che, durante lo star test, si evidenzia nell’immagine extrafocale come una notevole pastosità della figura. Mentre però nel 70/900 gli anelli di diffrazione si riescono a scorgere con difficoltà, nel 70 quadrupletto la visione è ulteriormente impastata e ancor meno nitida.

Questo non sembra portare difetti quando la focalizzazione è corretta e il 70 quadrupletto appare, a basso ingrandimento, lievemente più “secco”, anche per via di un focheggiatore decisamente più prestazionale e molto piacevole da usare.

Ad alto ingrandimento ho rilevato una lievissima supremazia del 70/900 che a 150x e 225x mostra le quattro stelline della Epsilon Lyrae in modo lievemente più definito.

Il 70 quadrupletto, a causa della sua cortissima focale (474 mm.), ha bisogno di oculari più spinti e una barlow (nel mio caso una ULTIMA Celestron 2x) per raggiungere gli stessi ingrandimenti e questo potrebbe aver dato esito al divario prestazionale.

il 70/900 lavorava benissimo sia a 150x (plossl da 6mm) che a 225x (plossl da 4mm.), il 70 quadrupletto invece doveva ricorrere al molto più caro Takahashi LE 2.8mm (169x) e al plossl da 4mm. + barlow 2x (per finali 237x).

Con i medesimi treni ottici mi sono spostato sulla difficile DELTA Cygni

La principale è una stella subgigante blu di classe B9,5 con una massa 3 volte quella solare, un raggio quasi 5 volte quello della nostra stella e una luminosità 180 volte maggiore.

La compagna, di sesta magnitudine, è di tipo spettrale F, la sua massa è 1,6 volte quella del Sole ed è relativamente vicina alla principale dalla quale dista circa 157 Unità Astronomiche.

Si tratta di un sistema al limite per gli strumenti usati avendo componenti di magnitudine pari a circa 2,89 e 6,27 separate da 2,4” ed entrambi gli strumenti hanno richiesto al mio occhio un poco di pazienza per discernere la secondaria che appare come un bel rinforzo del primo (e unico) anello di diffrazione mostrato sia dal 70/900 che dal 70/474.

Anche in questo caso ho notato una lievissima supremazia del 70mm. cinese ma devo dire che scrivo questo solo perché DEVO indicare un vincitore. Ritengo infatti che le differenze siano talmente elusive da non essere significative.

Ulteriore test è avvenuto sulla doppia ALBIREO, ovviamente facile e bella, e votato più che altro a determinare se vi fosse qualche differenza nella resa cromatica dei due sistemi ottici (un doppiatto farunhofer classico a lungo fuoco e un quadrupletto più spiccatamente fotografico).

Come già avvenuto per gli altri due sistemi ho percepito una immagine più secca con il 70 quadrupletto agli ingrandimenti medio bassi (quelli dati dal plossl da 6mm. e 4mm. - 79x e 118x), che sono quelli a cui il 70/474 offre le immagini migliori e la resa massima, mentre ad ingrandimenti maggiori ho trovato una condizione di parità con immagini davvero simili ma, forse, con un tono un po’ più caldo nel 70/900 e più freddo nel 70/474.

Ho terminato il test con la POLARE che non ha, di fatto, lasciato emergere alcuna differenza. La compagna è debole e il cielo di Milano non aiuta, lasciandola scorgere appena come un astro debolissimo a circa 20” di distanza dalla primaria.

Se quindi dovessi scegliere uno strumento prettamente votato alle stelle doppie credo che sceglierei il 70/900 da pochi euro anche se le differenze sono francamente insignificanti, più che altro per una maggiore propensione a salire con gli ingrandimenti e un peso appare meno della metà.

IMAGING PLANETARIO

Si dice che un rifrattore da 7 cm. di diametro acromatico di umilissime origini (e questo R.D.N. non può che essere definito in tale guisa) sia del tutto inutile non solo nell’osservazione planetaria ma anche nella ripresa delle componenti maggiori del nostro sistema solare.

Poiché le osservazioni visuali sembrano smentire questo luogo comune ho provato a riprendere Venere e Giove usando l’R.D.N. accoppiato ad una barlow 2x, una camerina a colori QHY5L-II e il diagonale da “poco” di cui l’ho equipaggiato. L’uso del diagonale (assolutamente da evitare in ripresa come da “vademecum” di ogni imager planetario che si rispetti) è risultato indispensabile per ottenere la corretta estrazione del fuoco e non volendo costruire una prolunga “ad hoc”.

In una giornata (giorno e sera) di seeing medio (5/10 circa) ho provato a riprendere il pianeta Venere e il grande Giove. Va detto che, il giorno della ripresa, Venere si mostrava con un diametro apparente di soli 15” e quindi in condizioni non certo favorevoli se consideriamo che il minimo è di 9,7” e il massimo di ben 66”.

I risultati dimostrano che, nei limiti della fisica, i luoghi comuni possono essere sfatati ed è giusto riconoscere a questi piccoli strumenti un po’ più di dignità. Per l'occasione il piccolo R.D.N. è stato montato in parallelo a un rifrattore Bresser 127L acromatico.

La tarda sera del 7 marzo 2016 ho dedicato un paio di ore all’osservazione di Giove con il R.D.N. e non ho saputo resistere alla tentazione di riprendere qualche filmato. Il seeing non era eccezionale (stimato tra i 6/10 e i 7/10 con un 70 millimetri) ma l’immagine all’oculare molto bella e con una quantità notevole di dettagli.

In abbinamento ad una barlow Celestron Ultima 2x e alla piccola camerina CMOS QHY5L-II a colori ho ripreso qualche filmato della durata di 150 secondi. Quello che ne è uscito (con una messa a fuoco perfettibile obiettivamente) è comunque un risultato di ottimo livello per lo strumento impiegato. Nessun filtro usato durante le riprese.

CONCLUSIONI

E’ dunque possibile, senza strumenti di lavoro particolari, leghe speciali, fibra di carbonio, e con pochissima spesa creare un rifrattore dalle prestazioni accettabili?

Questo articolo dimostra come, senza nessuna eccezionale perizia e “ravanando tra i mercatini con un certo spirito di accattonaggio”, sia possibile assemblare qualcosa che dia soddisfazione. Un rifrattore capace di stupire nell’osservazione di Luna e stelle doppie e anche dei pianeti maggiori. Con meno di 50 euro è possibile fare una bella esperienza, educativa e molto stimolante. Non provarci è un peccato, riuscirci esaltante (nel suo piccolo).

Dimenticate l’adagio “servono sempre tanti soldi”, non è vero tout court... serve soprattutto tanta volontà e un po’ di perizia...

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