D&G 152 F12 CUSTOM REFRACTOR

"Morgana" è tornata a casa - ottobre 2013

INTRODUZIONE

Un rifrattore da 15 cm. acromatico aperto a f12 è un ottimo compromesso generale. Se le ottiche sono ben realizzate (quindi corrette entro i limiti di diffrazione, corrette da astigmatismo e ben lucidate) le prestazioni di un tale strumento in alta risoluzione si avvicinano a quanto di meglio desiderabile sotto i nostri cieli italiani, affetti solitamente da condizioni di seeing non eccelse, se non in rari momenti.

L'amount of chromatic aberration, come direbbero oltre oceano, è tutto sommato contenuto, sebbene presente, e può essere accettabilmente corretto, almeno per i fini visuali, con filtri selettivi come il Semi-Apo o il Fringe-killer ottenendo immagini finali non molto diverse da quelle offerte da un buon apocromatico.

Il vero vantaggio di questi strumenti è il rapporto focale favorevole che permette l'utilizzo di oculari ortoscopici di focale non troppo corta per il raggiungimento di ingrandimenti ragguardevoli, tipicamente nel range tra i 200 e i 300x.

La scelta di un F12 inoltre, a differenza del più corretto f15, permette una più semplice fruizione dello strumento che si traduce in una montatura ancora "umana" e una trasportabilità accettabile.

In definitiva, un 152 f12 è, sotto quasi tutti gli aspetti, uno strumento semi-definitivo e può essere compagno di osservazioni visuali per una intera vita.

Pur possedendo un'ottica da osservatorio marchiata Fecker di pari apertura e focale F15, devo dire che il 152/1800 è più vicino al mio modo di fare astronomia, pur accettando qualche piccolo compromesso.

La scelta del diametro è volutamente "centrale". Dopo aver posseduto e usato, anche con profitto, ottiche a rifrazione di diametro maggiore mi sono accorto che, dal mio sito osservativo usuale (la periferia di Milano - pur immersa in grandi parchi) limita a diametri intorno ai 6-7 pollici il massimo realmente sfruttabile.

La scelta della focale è stata una conseguenza. Gli apocromatici tripletti offrono indubbiamente una correzione cromatica migliore (cosa che offre qualche vantaggio solo su alcuni target osservativi: in primis Marte e Giove) ma al tempo stesso sono limitati da focali generalmente contenute a f7 o f8 il che porta a dover lavorare con oculari multilente che hanno due innegabili svantaggi: non offrono nessun miglioramento di immagine a centro campo e costano molto più degli analoghi ortoscopici. Dopo molti anni di test su ottiche e oculari vari ho infine accettato il vecchio adagio che "meno vetro c'è e meglio è”, cosa quasi sempre vera, almeno in alta risoluzione, tanto che blasonatissimi oculari multilente si sono dovuti inchinare a vecchi Abbe tradizionali quanto a dettaglio e contrasto.

Se non serve "campo" corretto piano e ampio (quindi la situazione in cui ci si trova ad operare in alta risoluzione) meglio un buon ortoscopico classico, insomma.

L'altra importante valutazione fatta prima di giungere alla mia scelta, cosa che dovrebbe essere tenuta in considerazione da qualsiasi astrofilo, riguarda il target principale di indagine delle proprie osservazioni.

Al di là dei soggetti planetari principali (Giove, Marte, Saturno), che sono e restano 3 (!), la gran parte delle mie osservazioni riguardano la Luna e soprattutto i sistemi multipli.

La prima è sufficientemente luminosa da non soffrire l'interposizione di un filtro di soppressione del cromatismo (che comunque nel caso di questa ottica D&G non è strettamente necessario), i secondi non soffrono in alcun modo della lieve cromatica residua, soprattutto perché le componenti sono solitamente meno luminose della mag. 2 o 3.

Quando quindi mi accinsi a realizzare quello che avrebbe dovuto essere il mio strumento di maggior uso, almeno per qualche anno, mi trovai a dover scegliere tra alcuni produttori di lenti acromatiche di buona qualità. Non ve ne sono certo tanti, inutile nascondersi dietro a un dito, e non tutti producono con una qualità costante. Mi rivolsi, quindi, all'esperto per eccellenza che è conduttore nonché ottico di D&G, da sempre riconosciuta come produttrice di ottiche acromatiche di qualità elevata.

Il modello da 152mm. con focale da 1800mm., ottimizzato nel rosso e con coating standard, rappresentava il perfetto compromesso che stavo cercando.

Estratto di pagina informativa su D&G OPTICAL presente sul sito del produttore

 

REALIZZAZIONE DEL TELESCOPIO

Quando fu il momento di ordinare l’ottica scrissi a D&G ricevendo, come temevo, risposta sui tempi biblici di delivery del doppietto in cella. Fortunatamente, in breve tempo colsi l’annuncio di un amatore che metteva in vendita proprio la stessa ottica avendo abbandonato il progetto di realizzare l’intubazione finita.

L’occasione era ghiotta, anche perché la persona in questione aveva già fatto tagliare il tubo in alluminio di dimensioni corrette per la focale. Acquistai il tutto e mi misi all’opera. Il doppietto era nuovo e impacchettato e il tubo grezzo. La conoscenza di una officina di precisione in campo ferroso mi tornò estremamente utile e dimensionare i diaframmi e rifinire il tubo fu solo questione di tempo e di spesa contenuta. Il tutto venne poi mandato in verniciatura usando una vernice polverosa nera antiriflesso per l’interno e un classico smalto bianco per l’esterno.

Come focheggiatore scelsi un originale Astro Physics da 2,7” (proveniente da un Traveler), ottimo sia per dimensioni che per precisione di realizzazione. Creammo la contro flangia di adattamento e il tubo venne, in definitiva, pronto.

Mancava ancora il sistema di ritenzione, per cui scelsi una piastra passo Losmandy direttamente avvitata con contro flangia al tubo e decisi di porre, come negli strumenti “classici”, un sistema di peso scorrevole verso il focheggiatore, così da bilanciare meglio il peso del doppietto frontale e avere una migliore ripartizione dei pesi del tubo ottico.

Mancava solamente il paraluce, ma il desiderio di usare lo strumento e testarne le ottiche era tale che rimandai l’operazione usando dei paraluce provvisori in materiale cartonato.

Il peso finale dello strumento non era modesto, 16 chili abbondanti, il che lo rendeva, complice anche la lunghezza e il conseguente braccio torcente, impegnativo per montature di larga diffusione. La mia vecchia G11 era stata venduta da tempo e una William Optics GT-ONE HD aveva preso il suo posto.

Si tratta di una montatura poco conosciuta, molto bella esteticamente e dotata del sistema di controllo SkySensor 2000 di produzione Vixen. La portata dichiarata della montatura è di circa 35 chili ma, all’atto pratico, tale soluzione si è rivelata insufficiente a sorreggere degnamente lo strumento.

La grande leva obbligata dalla lunghezza del tubo di quasi due metri metteva infatti in crisi la montatura che denotava un moto armonico fastidioso, benché fosse solidamente installata su una colonna in ferro controventata da 23 cm. di diametro.

In aggiunta devo dire di non essere mai riuscito a familiarizzare con lo SkySensor 2000, il cui funzionamento poco friendly (almeno per me) è rimasto per lungo tempo oscurato da dubbi e perplessità.

Avevo, in quel periodo, ritirato anche una spartana ma robusta ALTER D-6 russa dotata di sistema di contrllo FS-2 a 30V, montatura poco diffusa ma dalla buona portata, ma in quel periodo la mia attenzione era catturata da altri problemi e la sistemazione dello strumento e della sua montatura rimasero per qualche tempo in disparte con il risultato che, per oltre tre mesi, il doppietto non vide la luce delle stelle.

Ricevetti alcune richieste per lo strumento e una di queste, proveniente da un astrofilo poi divenuto amico nel corso del tempo, mi piacque talmente tanto che gli vendetti lo strumento. Fu una mezza follia, anche perché non avevo avuto il tempo sufficiente di godermelo, ma a volte la vita va così...

Stavo lavorando ad altri progetti, il mio tempo era limitato, e in casa quel tubo lungo e ingombrante non incontrava l’entusiasmo di mia moglie.

“Morgana”, così avevo battezzato il D&G 152 F12, finì quindi ad allietare le serate osservative di Sergio che, giustamente, se ne innamorò velocemente.

Per un paio di anni restammo in contatto, diventammo amici e ci scambiammo molte impressioni su strumenti vari tra i quali anche il D&G che veniva descritto da lui come il migliore telescopio mai posseduto.

Indicazioni presenti sul sito di D&G OPTICAL inerenti i loro doppietti acromatici.

Immagini “sparse” di alcune fasi realizzative e dello strumento installato

su una montatura William Optics GT-ONE HD.

La vita tende però a “girare” e l’amico Sergio, incappato in altri personali problemi, si trovò a dover monetizzare ed alienare il suo bel parco strumenti. Mi scrisse chiedendomi lumi su come vendere il D&G e, dopo un paio di settimane, la nostalgia dello strumento e le scelte che avevo fatto in termini “astronomici”, mi portarono a ritirarlo nuovamente, con buona pace dell’anima e una grande gioia di riavere la mia creatura. In un solo colpo ottenevo due bei risultati: aiutare un amico e risolvere il problema di un rifrattore “casalingo” da usare dal cielo di Milano.

In effetti avevo un’altra ottica, decisamente speciale, acquistata da un amico collezionista che l’aveva ritirata da un osservatorio in Giappone. L’obiettivo, un J.W.FECKER originale da 6 pollici a f15 in cella di ottone, è un pezzo davvero raro e di altissime prestazioni. Avevo già fatto realizzare l’intubazione (con un mastodontico focheggiatore AP da 3,5” di diametro) ma il peso complessivo del tubo (in Italia non sono stato capace di trovare spessori sottili inferiori ai 3mm. sul diametro da 200 mm.) superava i 25 chili, davvero troppi uniti alla focale di 2250 mm. anche per la mia ALTER D-6. Inoltre, il peso e le dimensioni rendevano lo strumento complicato da mettere il postazione non disponendo di una cupola fissa.

Nonostante le notevoli prestazioni del Fecker la scomodità dell’insieme ha prevalso, rilegando lo strumento al chiuso portandomi a prediligere la facile installazione di telescopi più corti e maneggevoli (sia rifrattori che compound o cassegrain classici). 

Il D&G 150 F12 rappresentava, una volta convinta la moglie, la giusta via del mezzo”, come del resto scritto nell’introduzione a questo articolo.

Sapevo che non avrei ottenuto il consenso della gentil consorte e così risolsi il problema andando a ritirare lo strumento e “imponendolo” in casa come se nulla fosse... insomma: se non puoi vincere la battaglia fai in modo che questa non si combatta...

STAR TEST

Lo strumento si installa abbastanza agevolmente sulla montatura, benché questa si trovi a oltre 180 cm. da terra su colonna fissa.

L’utile contrappeso scorrevole posizionato in prossimità del focheggiatore aiuta ad avere un bilanciamento ottimale del tubo con un posizionamento, rispetto al fulcro della montatura, a circa 2/5 e 3/5 (rispettivamente distanza dal focheggiatore alla montatura e dalla montatura al doppietto frontale.

Questa ripartizione dei pesi aiuta molto la Alter D-6 a gestire bene le vibrazioni indotte dal tubo che, anche a oltre 200 ingrandimenti, sono limitate e con un tempo di smorzamento inferiore ai 2 secondi.

La sera in cui effettuo il primo star test è caratterizzata da una elevata turbolenza atmosferica, valuto il seeing in un terrificante 2-3/10, dovuta alle condizioni meteo instabili, tra una pioggia e l’altra e con un certo vento in quota che sposta velocemente le nuvole presenti.

La Luna ha oramai passato da qualche giorno la fase di primo quarto e si avvia alla totalità.

Il primo oculare usato è un plossl da 50 mm. di focale e 52° di campo che offre il modesto potere di circa 36x. Nonostante la lattiginosità del cielo e la Luna quasi piena la profondità di magnitudine è notevole e le stelline visibili sono tante nonostente la postazione osservativa milanese.

Il campo è quasi del tutto scevro da aberrazioni geometriche e solo a ridosso del bordo si nota una lieve deformazione dei dischi stellari introdotta dalla curvatura di campo. Il risultato è dovuto principalmente alla lunga focale e al campo reale inquadrato che non supera gli 1,44°.

Il bordo lunare, con questo potere, denota una lievissima dominante cromatica appena percettibile di colore magenta.

L’oculare da 18 mm., un Takahashi LE, offre 100x con i quali osservo un paio di stelle di prima magnitudine (una di spettro bianco, l’altra aranciato). Questo ingrandimento comincia ad essere il limite imposto dal seeing della serata. L’immagine è ancora bella ma l’agitazione atmosferica sfrangia le stelle principali facendo perdere “secchezza” ai contorni. La stella di colorazione bianca risulta, ovviamente, la più adatta per una prima analisi delle centriche e della cromatica residua.

Va innanzitutto detto che il doppietto appare leggermente fuori collimazione. Il problema è limitato ma presente e ben visibile, tanto che la focalizzazione lascia una parte della stella meno a fuco e con un maggiore alone spurio.

L’esame delle centriche in intra ed extra focale conferma quanto “spiato” dall’immagine a fuoco: un lievissimo disallineamento che va necessariamente corretto con le viti di regolazione per portare lo strumento a performare come dovrebbe.

Sono però le 2 del mattino (il test è cominciato da nemmeno 20 minuti - montaggio incluso) e non ho voglia di arrampicarmi sulla scala per eseguire l’operazione di collimazione, così mi limito ad esaminare le dominanti sugli anelli di Fresnel.

Come da logica questi denotano un residuo non corretto di cromatica che si palesa con una dominante magenta negli anelli di diffrazione in extra focale verso il centro di focalizzazione e un ribaltamento della posizione della dominante oltre l’ultimo anello nella posizione di intra focale.

La dominante è piuttosto contenuta e la reputo del tutto simile a quella offerta da un buon acromatico da 10 cm. aperto a f10. Per confronto (a memoria e quindi relativamente poco indicativo), posso dire che l’immagine mi sembra piuttosto simile per colorazione a quella offerta dal mio vecchio Pulsar 102/1300 Vixen, forse con una saturazione un filo maggiore del colore.

Considerando che il potere di raccolta luce, rispetto a un 4 pollici, qui è molto superiore ritengo che il contenimento dell’aberrazione cromatica di questo doppietto D&G sia molto buona.

Differentemente da un pari diametro apocromatico, che avrebbe una immagine completamente “bianca” e quindi più corretta, la profondità di fuoco permessa dal rapporto focale a f12 è molto più “permissiva” nelle operazioni di focheggiatura. Questo si traduce in un notevole vantaggio agli alti ingrandimenti ma, al tempo stesso, in una maggiore incertezza a quelli bassi. A 50x, in buone parole, specialmente su stelle molto luminose, non si sa mai se si è esattamente a fuoco. La cosa non importa molto ma anche girare di poco le manopole non introduce effetti tali da sfocare in modo visibile l’immagine stellare.

L’o star test ripetuto con l’oculare da 12,5 mm. e poi con quello da 7,5 (poteri di 144x e 240x) conferma la non perfetta collimazione dell’obiettivo e la dominante residua che trova il suo massimo effetto di visibilità intorno ai 240x.

L’oculare da 5mm. (potere di 360x) non modifica la situazione se non per il fatto di diluire un poco la cromatica residua e riportarla a valori molto bassi.

Gli anelli di Fresnel risultano estremamente sottili e definiti in intra focale e lievemente più impastati in extra focale, situazione tipica di strumenti a lunga focale, e la luce diffusa tra un anello e l’altro (quindi il chiarore di fondo su cui si adagiano) ben contenuta anche se un test più indicativo dovrebbe essere fatto sotto cieli bui e con condizioni di seeing migliori.

Se confronto quando vedo all’oculare con la fotografia eseguita da Rohr al banco sulle immagini di diffrazione trovo alcune differenze, fortunatamente in meglio...

Innanzitutto (questo forse può essere dovuto alla diversa sensibilità dell’occhio umano rispetto alla CCD usata da Rohr) l’intensità della cromatica residua è molto più bassa all’indagine visuale.

Inoltre, cosa più indicativa, la distribuzione della cromatica residua è diversa da quella che compare in foto e molto più “centrata”.

Sia in intrafocale che in extrafocale inoltre gli anelli di Fresnel sono meglio definiti e più puliti (anche e soprattutto quello più esterno) di quanto rilevato da Rohr. Questo mi fa riflettere e ponderare alcune logiche deduzioni.

La prima, ovvia, è che i due obiettivi siano diversi (anche perché fisicamente non si tratta dello stesso doppietto). La seconda è che la lavorazione di finitura manuale degli stessi abbia sortito due risultati differenti (uno migliore e uno, quantomeno, meno buono). Questo aspetto non va trascurato quando si acquista un’ottica rifinita a mano perché se da un lato  questa lavorazione dovrebbe garantire una finezza superiore, dall’altro non è detto che la manualità produca sempre effetti positivi tout-court.

La terza è che non sempre i test fatti a banco ottico sono esaustivi di quanto poi effettivamente avviene sotto il cielo. La realtà è che, in un certo senso, i test a banco sono molto più precisi se si sceglie con attenzione le varie sorgenti luminose di riferimento. Bisogna, insomma, capire a quale lunghezza esatta è centrata la luce della stella artificiale e se questa viene influenzata da altri fattori (cosa che non mi è dato conoscere).

Detto questo, e partendo dal presupposto di non considerarmi tanto fortunato da essere incappato in un doppietto “magico”, mi vien da pensare che l’obiettivo testato da Rohr fosse un obiettivo “sfortunato”.

L'esame effettuato da Rohr su un doppietto D&G come quello dello strumento di cui si tratta in queste pagine.

Immagini dello strumento installato su una ALTER D-6 con FS2 30V e colonna fissa. In parallelo, con un sistema tipo XP3, è installato lo strumento guida: un Heyford 90/900

OSSERVAZIONE PLANETARIA

Il primo test reale planetario è avvenuto sul pianeta GIOVE nella “notte delle Streghe” tra il 31 ottobre e il primo di novembre 2013.

A tarda notte, intorno alle 2:30 e a seguire del mattino, il gigante gassoso era alto sull’orizzonte benché non ancora al meridiano e offriva uno spettacolo notevole. Il seeing medio si attestava sui 7/10 (quindi un valore di buon rilievo) ma l’umidità era altissima e ha inficiato, dopo soli 60 minuti circa, l’utilizzo dello strumento che è ancora privo di paraluce.

Il dettaglio migliore su Giove si è ottenuto con l’oculare Takahashi LE da 7,5 mm. (per un potere effettivo di circa 240x). Saggi a 360x si sono rivelati infruttuosi a causa dell’eccesso di umidità nell’aria che rendeva un poco flou l’immagine.

A 240x il dettaglio percepito era comunque molto elevato. Festoni, wos sulla NEB, increspature ovunque, ovali scuri nella regione nord, una notevole indentellatura delle bande, particolari nella macchia oblunga chiara che anticipa la GRS e molti particolari nella GRS stessa. Molto bella l’uscita dell’ombra di transito di uno dei satelliti galileiani, ovviamente estremamente ben contrastata e la successiva visibilità del satellite ancora all’nterno del disco del pianeta. Il suo dischetto bianco avorio, che si perdeva nelle zone di transito centrali al pianeta, diventava invece incredibilmente ben visibile e netto quando si spostava verso il lembo. Ho seguito ovviamente tutta la parte finale del transito fino alla sovrapposizione con il lembo di Giove e la finale fuoriuscita sul fondo cielo.

Devo dire che, in accordo con i tanti anni di sperimentazione, di dettagli alla portata del rifrattore sono superiori, soprattutto quanto a visibilità e contrasto, a quelli visibili attraverso un S-C commerciale da 30 cm.

Purtroppo lo strumento non è ancora perfettamente collimato. Nelle fasi di focheggiatura notavo infatti una qualche possibilità di miglioramento che non riuscivo a raggiungere. Lo star test effettuato come intermezzo osservativo ha infatti palesato un lieve disallineamento delle ottiche, sicuramente causa del problema.

L'immagine ricalca quanto visto all'oculare con un poco di contrasto in meno e anche qualche lieve particolare che in foto appare meno netto e pulito. La foto è stata scattata, da altra località, dal bravo GIANLUCA BIANCHI usando un maksutov da 127mm e 1500 di focale con barlow 3x. L'effetto di luce diffusa è stato aggiunto per ripristinare quanto visibile all'oculare.

Il rifrattore "MORGANA" in configurazione per riprese planetarie in accoppiamento a una camera ASI 120MM e, in parallelo, uno SkyWatcher 102/500.

IMAGING PLANETARIO

Considerando la generosa apertura non ostruita e la compresenza di una piccola camera per riprese planetarie ASI 120MM (versione monocromatica) ho provato a eseguire qualche filmato del gigante gassoso nella prima decade di dicembre, quando transita nei pressi del meridiano a ore ancora accettabili (intorno alle 01:00 e passa...).

Giove è, sicuramente insieme a Venere, il pianeta in cui l’aberrazione cromatica residua di un’ottica si fa maggiormente sentire. Purtroppo il rifrattore D&G non ne è scevro e la cronica mancanza di seeing di buon livello (non sono mai riuscito a superare con certezza i 6/10) non aiuta.

Ne risulta che le immagini, almeno quelle in ripresa, restano sempre lievemente “flou” e, complice anche una notevole inesperienza in questo campo di ripresa, i risultati ne risentono.

Ritengo comunque, anche dopo aver cercato sul web qualche confronto con strumenti di pari apertura acromatici, di aver raggiunto un livello dignitoso e apprezzabile. Vedremo se, nel futuro, si riuscirà a fare meglio.

Non ho volutamente usato, in ripresa, filtri di alcun tipo se non il classico IR-CUT della Baader. Le riprese sono state effettuate lavorando a f24 con l’utilizzo di una barlow Celestron Ultima 2x piuttosto vecchiotta ma che sembra lavorare discretamente.

Ci potete contattare a:

diglit@tiscali.it

oppure usare il modulo online.

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