ANTARES 76/1250 circle "K"

Ottobre 2015

INTRODUZIONE

I rifrattori a lungo fuoco posseggono un fascino particolare. Per chiunque abbia letto gli scritti del Flammarion o abbia anche solo iniziato la propria carriera astronomica in anni passati (almeno una trentina) questi telescopi rappresentano una nostalgica e affascinante risorsa.

Nella mia lunga esperienza strumentale si sono avvicendate molte ottiche diverse e le sole che ho sempre venduto con dispiacere sono state quelle a rifrazione e rapporti di apertura superiori a f10.

Anni fa commisi l’errore, nell’ottica di sfoltire un poco il mio parco strumenti, di alienare per pochi spiccioli un 80/1200 Stein Optik. Me ne pentii immediatamente e, sebbene abbia avuto e usato ottiche a rifrazione da 6 pollici aperte a f15, devo ammettere che i “piccoli strumenti molto chiusi” li rimpiango sempre.

Nella quieta ricerca di un sostituto stavo curiosando per trovare un 3 pollici a lungo fuoco che non fosse però un classico 80 f15 ma un 76 f16 o anche f18.

La fortuna mi ha arriso tramite un conoscente lontano che, forse in pausa di riflessione dal mondo dell’astronomia amatoriale, aveva proprio un 76/1250 da vendere.

Lo strumento era completo di montatura, cavalletto ligneo originale, cercatore, altri ammennicoli vari ma presentava la lente frontale in stato di avanzato degrado nello strato superficiale di antiriflesso. Un dispiacere, inutile negarlo, ma con l’esperienza maturata sapevo che simili problemi sono risolvibili con un po' pazienza, accortezza, e anche il rifacimento di un antiriflesso a singolo strato è cosa non poi così complicata da eseguire.

Ho così deciso di ritirare lo strumento, forse anche per la semplice voglia di sistemarlo e riportarlo ad operare come da specifiche di fabbrica.

AVETE MAI LETTO IL FLAMMARION?

Se non lo avete fatto vi suggerisco di compensare simile lacuna. “LE STELLE” non porta nuove conoscenze, la sua stesura è datata di oltre un secolo, ma la cheta esposizione delle osservazioni è balsamo per l’animo inquinato dalle sciocche diatribe che permeano a volte i forum specializzati e gli incontri tra astrofili.

Le pagine del libro invogliano ad osservare come si faceva un tempo, con un “cannocchiale da 3 pollici” sovente, alla ricerca non tanto della performance estrema quanto della visione dei campi stellari, dei singoli astri e dei loro compagni, lontani dalle emulsioni fotografiche o dai sensori di ultima generazione.

L’invito ad una astronomia dilettantistica pura è seducente e il mio ampio utilizzo di piccoli strumenti ne è sicuramente una logica conseguenza.

Correva la metà degli anni ’60 e il 76/1250 rappresentava lo strumento di punta della produzione Kenko (che annoverava anche molti binocoli, microscopi e torrette osservative a moneta). Qui sotto riporto alcuni stralci dal catalogo dell’epoca, in giapponese ovviamente, utili per focalizzare non solo la produzione ma anche le specifiche ad essa correlate (oculari, barlow, diagonali, ingrandimenti, e così via...).

CARATTERISTICHE COSTRUTTIVE

76 millimetri di apertura, 1250 millimetri di focale, un rapporto conseguente di apertura di circa f 16,44 fanno di questo piccolo strumento, almeno sulla carta, un meraviglioso compagno per l’osservazione stellare, lunare, solare e anche dei principali pianeti del sistema solare: Venere e Giove in primis

La scarsa sensibilità alla turbolenza atmosferica, dovuta al modesto diametro e al disco di airy che la lunga focale genera, e i tempi di acclimatamento modesti rendono il rifrattore sempre usabile.

Una volta montato lo strumento è bello, sottile e invitante, con il cuore in un doppietto Fraunhofer da 76 millimetri di diametro spaziato in aria e alloggiato in una cella non collimabile ma smontabile. L’obiettivo è designato con un “circle K” che rimanda a Kenko (ma anche a KOL - King Optical - più raramente), sinonimo di qualità e buona lucidatura delle lenti.

Il resto del tubo, in accordo con la prassi dell’epoca (parliamo di un oggetto che ha almeno una quarantina d’anni) è in alluminio con spessore di 1 millimetro, ben verniciato di bianco esternamente e con una accettabile opacizzazione interna a cui si aggiungono ben 3 diaframmi lungo il percorso ottico.

La parte posteriore termina con un focheggiatore a tre punti di aggancio, molto ben allettato nel tubo ed estremamente robusto benché di diametro terminale pari a 0.968” (24,5mm. standard). La corsa è di circa 18 cm. e il movimento, piuttosto fluido, non presenta né incertezze né giochi di basculamento di alcun tipo.

Molto bello è accorgersi che la meccanica semplice, se ben realizzata, consente un funzionamento impeccabile anche dopo quarant’anni di vita. Cosa ben diversa dagli schifosi crayford orientali oggi presenti sul mercato e venduti a prezzi folli!

Il cercatore, un 6x30 con supporto metallico a braccio inclinato e tre viti di regolazione che spingono in una scanalatura apposita sul tubo, appare ben fatto e dotato di ben due diverse regolazioni diottriche. La prima prevede la leggera traslazione lungo una filettatura del doppietto frontale, la seconda sull’oculare, anch’esso con regolazione a vite. Tutti gli elementi sono completamente smontabili e intervenire per pulire o sistemare è molto facile. All’interno del tubo del cercatore è inserito un diaframma di contrasto ricavato nella filettatura del corpo in metallo. Un gran bel lavoro a mio modo di vedere.

L’innesto sul tubo ottico avviene tramite una basetta con scanalatura a V e vite di spinta per il serraggio. E’ un sistema che era molto in voga negli anni ’60 e ’70 e che offre l’indubbio vantaggio di un montaggio e smontaggio rapidissimo ma che personalmente non amo poiché la tenuta del braccio del cercatore è affidata solamente alla vite di spinta che con le variazioni di temperatura potrebbe allentarsi e far scivolare fuori sede il supporto.

Il tutto denuncia un peso alla bilancia di 3,5 kg. che lo rende installabile anche su moderne montature di portata media previa la fornitura di una coppia di anelli dedicati e una piastra di aggancio.

A me piace rifinito con l’originale clamshell sulla montatura dell’epoca ma ammetto che, per l’utilizzo più proficuo possibile, l’ho montato su una "vintage" EM-100 Takahashi (accreditata di oltre 15 kg. di portata) e colonna con ruote. Lo stativo originale, in elementi lignei di non elevato spessore, introduce infatti inevitabili vibrazioni che possono essere corrette con piastre di rinforzo ma che mi infastidiscono comunque un poco.

All’apparenza, e parzialmente in disaccordo con altri esemplari simili di rifrattori vintage (specialmente quelli con tubo corto e prolunga del focheggiatore), non ho rilevato diaframmature sensibili del cono ottico e traguardando dal foro del focheggiatore estratto per 3/4 ho potuto vedere “al pelo” i bordi esterni del doppietto frontale.

RESTAURO

Come accennavo in apertura lo strumento in mio possesso, pur ben tenuto, è giunto con una serie di problematiche da risolvere.

La barlow dedicata, una 2x in misura 24,5 millimetri, appariva con le ottiche molto sporche e ha necessitato uno smontaggio, pulizia, lavaggio e rimontaggio che la riportassero alla perfetta trasparenza. Ho inoltre provveduto a ripristinare l’annerimento interno in qualche punto degradato.

Il focheggiatore non ha richiesto alcun intervento. Qualsiasi cosa avessi fatto avrebbe solamente peggiorato la situazione di perfezione in cui versava e quindi, ammirato, l’ho semplicemente pulito esternamente dopo averlo rimosso dal tubo ottico.

Questi era un po’ meno immacolato e ha richiesto una leggerissima lucidatura esterna per rimuovere i piccoli graffietti esistenti (due importanti ma non fastidiosi sono rimasti per via della perdita di vernice ma ho pensato che un maquillage sarebbe stato esteticamente più invasivo che la semplice pulizia). L’interno del tubo è stato aspirato e pulito nelle sue parti terminali (i diaframmi interni e il diametro complessivo di 76mm. non permettevano altri interventi) per evitare che la sporcizia accumulatasi nei filetti andasse a ricadere sull’ottica da una parte e nel focheggiatore dall’altra.

La vera sfida era però rappresentata dal doppietto anteriore. Lo strato antiriflesso del crown frontale era completamente opacizzato e in ampie zone rimosso, inoltre mancava uno degli spaziatori tra crown e flint e le superfici ottiche interne (quelle quasi a contatto) mostravano vari pelucchi, macchie e sporcizia varia.

In aiuto è venuta la cella, molto ben costruita anche se semplice, che si svita in modo perfetto dalla sua sede e permette di accedere alle ottiche.

Dopo averle segnate con i registri e smontate ho provveduto alla loro attenta pulizia e alla ricostruzione dello spaziatore mancante.

Avevo ora 3 superfici ottiche sane (sebbene sporche) e una rovinata: era tempo di eseguire l’opera principale del restauro che si è avvalsa della piccola scorta di ossido di cerio e di un minimo di perizia nell'usarla.

L’ossido è il miglio lucidante per ottiche che esista ma la sua azione, se non contrallata, tende a modificare anche la curvatura delle lenti andando a consumare micron di vetro. Il suo utilizzo deve quindi essere ponderato sia per pressione esercitata che per diluizione.

Poiché i trattamenti antiriflesso vecchi sono generalmente molto più fini e meno resistenti di quelli moderni, nonché meno aggrappati alle lenti, mi è stato sufficiente una diluizione abbondante e una pulizia a minima pressione esercitata tramite dischi struccanti in semplice appoggio.

L’operazione ha richiesto circa una quindicina di minuti ma l’esito finale è risultato eccellente facendo tornare l'ottica al suo antico splendore. 

Mi è stato poi sufficiente rimontare accuratamente il gruppo ottico e dare una pulita finale all’insieme e lo strumento era pronto.

Il 76/1250 è così rinato e, se non fosse per i due leggeri graffietti in centro al tubo (che si vedono comunque poco) sembra quasi indistinguibile dal nuovo.

Non mi restava che dedicarmi agli oculari e al prisma in dotazione (anch’essi interamente smontati e ripuliti) e trovare una coppia di anelli della giusta misura per installare il telescopio sulla EM-100 Takahashi in attesa di una notte serena e stellata.

Sopra: immagine del doppietto dopo la pulizia e nuova lucidatura

PRIMA LUCE

Il mio personale battesimo dell’ottica è avvenuto in una tarda sera di inizio Ottobre 2015 in condizioni di grande umidità e spessa velatura del cielo. Solo a tratti erano visibili le stelle più luminose del periodo, Altair, Deneb, Vega.

Per comodità di puntamento avevo installato il tubo ottico sulla CEM-60 Ioptron  e con questo set up, rifinito da un diagonale prismatico da 24,5 mm. di ottima qualità e una serie di ortoscopici passo 0,965” di marca Vixen, ho eseguito un doppio star test su Altair prima e Vega dopo.

Le immagini ottenute hanno confermato la logica progettuale del doppietto e una ottima correzione generale.

L’ottica è risultata affetta da una leggerissima sottocorrezione all’aberrazione sferica che si manifesta come un residuo di sferica positivo (anello esterno in intrafocale più pulito e luminoso rispetto a quanto avvienga in extrafocale. A parte questo, normale in un doppietto aperto a oltre f16, non ho riscontrato sferocromatismo, cromatica o astigmatismo.

Le ottiche risultavano inoltre perfettamente centrate e la lavorazione mi è parsa di buon livello anche se per essere più precisi ho rimandato l’analisi a serate più trasparenti.

La focalizzazione permessa dallo strumento è ottimale. Le immagini stellari appaiono realmente “da manuale” con un disco di Airy geometricamente perfetto e un primo anello di diffrazione molto pulito.

E’ un vero piacere salire con gli ingrandimenti tanto che l’oculare ortoscopico Vixen da 5mm. (che garantisce un potere di circa 250x) appare ancora non essere il limite superiore, quantomeno su soggetti puntiformi, e l’immagine che restituisce potrebbe essere usata in qualche pubblicazione classica.

In un momento di migliore trasparenza ho osservato la doppia Albireo che mostrava figure immobili con la colorazione gialla arancio della primaria e azzurra della secondaria visibile anche sui rispettivi anelli di diffrazione. Un quadretto incantevole che lascia presagire ottime immagini planetarie.

TEST SULLE STELLE DOPPIE

Lo strumento nasce dichiaratamente per l’osservazione planetaria (quantomeno dei corpi principali) e per quella dei sistemi multipli dove le sue doti hanno modo di eccellere.

La lunga focale, il semplice doppietto acromatico, il diametro contenuto e l'ottima lavorazione delle lenti (ricordiamo che le immagini di focalizzazione sono perfette) ne fanno un autentico piacere nella visione dei sistemi multipli.

Non posso che ammettere di averlo comprato e restaurato proprio con l’intento di dedicarlo all’osservazione di questi soggetti e della superficie selenica e le prime osservazioni effettuate non hanno tradito le aspettative.

Nonostante le notti milanesi di ottobre non siano indicate all’osservazione astronomica per l’altissima presenza di umidità nell’aria, che ammanta la volta celeste di uno spesso velo grigiastro, ho potuto godere di qualche rimarchevole osservazione.

Albireo è bella in ogni strumento, lo sappiamo, ma vedere gli anelli di diffrazione delle due componenti tinti della dominante cromatica della stella originaria è incantevole. I poteri vengono gestiti dallo strumento con apparente indifferenza tanto che i 250x offerti dal Vixen orto 5mm. appaiono insufficienti a portare lo strumento alla “corda”, almeno sui soggetti puntiformi.

Splendide le solite Epsilon e Beta Lyrae, ma davvero insuperabile è stata la visione di Kuhrah, conosciuta più con la sigla di Xi Cepehi, un sistema multistellare che permette però solamente la visione delle componenti A e C al telescopio.

Le due stelle, con magnitudini rispettive di circa 4,6 e 7,2, appaiono separate di 7 o 8 secondi d’arco. Este anche una componete B di mag. 4.8 a circa 0,1” dalla primaria e infine forse anche una stella più debole a oltre 100” che però la visione telescopica non riconosce interessante. Dal cielo umidissimo di Milano e attraverso il bel diagonale prismatico da 24,5 mm. e l’oculare HM 12,5 Vixen (per un potere prossimo ai 100x) la primaria appariva bianca o quasi e la secondaria grigia con una punta di verde/blu.

La quiete con cui le due componenti stellari risultavano adagiate sul velluto grigio del cielo e la quasi immobilità dei loro anelli di diffrazione ne facevano un quadretto indimenticabile.

 

Il solo limite dello strumento sembra essere quello fisico imposto dal diametro del suo obiettivo. Può fare sorridere una affermazione tanto ovvia ma quando ogni singolo componente risponde in modo impeccabile ci si stupisce di limitazioni fisiche dell’ottica. Il focheggiatore, prima volta in vita mia nell’esperienza di strumenti vintage, è semplicemente perfetto e appare fluido e fermo tanto quanto un moderno Moonlite o Fetaher Touch. Il diametro interno di 0,965” va accolto come una benedizione imponendo l’utilizzo del prisma diagonale (che distanzia non poco per qualità un moderno dielettrico come il TS) e di oculari di medesimo passo che hanno prestazioni ottimali accoppiati all’ottica “circle K”.

Con queste premesse ho potuto apprezzare la compagna della Delta Cigny anche se il cielo bianchissimo di Milano tendeva a confonderla con il primo e unico anello di diffrazione della componente primaria. 

Il limite teorico dello strumento appare essere prossimo ai 1,6”, un valore irraggiungibile dal mio cielo abituale con uno strumento da soli 7 cm. e mezzo e che richiederà una trasferta montana sotto i neri cieli alpini per poter essere verificato.

Non credo però che tarderò a trovare un sistema bilanciato in grado di darci conferma data la resa ottica anche se la dimensione del disco di Airy che la lunga focale genera tende a far perdere qualche centesimo nel potere risolutore.

Data la facilità con cui è stata separata la doppia coppia della Lyra penso però che ci si possa divertire con separazioni tra gli 1,8” e i 2” senza grandi difficoltà.

 

Poiché mi trovavo già nelle plaghe del Cefeo non ho potuto rinunciare ad una occhiatina alla bella Alfirk, conosciuta come Beta Cephei e splendente di magnitudine 3,2 circa con leggerissima variabilità. La stella possiede una compagna più debole, che il cielo di Milano ha spogliato del suo colore, di mag. 7,9 circa separata da quasi 14”. Il quadretto è molto delicato anche se il divario di luminosità rende poco godibile la secondaria che appare come un debole puntino.

Stessa sorte segna Kappa Cephei, binaria di magnitudini 4,4 e 8,4 separata da 7,4” in cui la secondaria risulta molto debole non tanto per il potere di raccolta luce del 3 pollici quanto per il denso cielo milanese.

Entrambe le doppie godono però, attraverso il vecchio doppietto giapponese, di una puntiformità e focalizzazione perfette e sotto un cielo più scuro sarebbero gemme bellissime da osservare.

Così come da iniziale progetto l’osservazione dei sistemi multipli mi ha ulteriormente convinto a destinare l’Antares 76/1250 alla postazione montana tra le Alpi valdostane dove ripercorrere, con calma, i passi del Flammarion nel suo viaggio tra le stelle.

Nell’immagine sopra riportata la Xi Cepehi ripresa qualche anno fa con metodo focale e una compatta Canon Ixus tenuta a mano. L’immagine non rende ovviamente giustizia a quanto il 76/1250 mostra all’oculare oltre ad avvalersi di un potere inferiore e quindi mostrare una separazione meno spinta di quanto non faccia il rifrattore giapponese.

Per diletto ho filmato in metodo afocale su telefonino Samsung S4 la doppia Epsilon Lyrae. Ho lavorato in proiezione di un oculare plossl da 10 millimetri adattato al diagonale da 24,5 millimetri di apertura dello strumento registrando un brevissimo filmato di 400 frames di cui ne ho usati solamente 40 per lo stacking con Registax 6.0.

Il risultato testimonia la pulizia di immagine offerta dallo strumento anche se non ha la magia della visione all’oculare.

OSSERVAZIONE LUNARE

Le prime immagini della Luna ottenute con il 76/1250 sono pessime. La scarsa altezza sull’orizzonte nell’unico breve momento in cui il nostro satellite non transita dietro gli alberi della proprietà nei mesi autunnali sono stati sempre inficiati da un seeing orribile (mai superiore a circa 4/10 calcolati su un 76 millimetri...)

Ho provato comunque a ottenere due scatti con metodo AFOCALE usando un telefonino Samsung S4 in proiezione di oculare Vixen ortho da 7 millimetri. Il tutto usando anche il diagonale prismatico da 24,5 che non aiuta la qualità finale pur essendo di buona qualità.

Negli 8 minuti disponibili per le riprese ho eseguito i due scatti mostrati sopra e un video da 1 minuto su cui è stato effettuato uno stacking con Registax 6.0

La scarsa disponibilità di frames registrati e la loro non eccelsa qualità per via delle condizioni di turbolenza ha pesato in modo notevole sul risultato finale che comunque risulta accettabile ma che è sicuramente molto lontano dalle possibilità ottimali dello strumento.

Va poi detto che la distorsione introdotta a bordo campo dagli oculari e le aberrazioni dell’obiettivo del telefonino peggiorano molto la definizione a bordo campo che risulta molto inferiore a quella in asse.

OSSERVAZIONE PLANETARIA

La tarda mattina del 10 Ottobre 2015 ho potuto eseguire una comparazione tra il Bausch & Lomb 8000 e il rifrattore 76/1250 sul difficile soggetto di Venere, in pieno giorno, con una fase prossima al 41% e un diametro apparente di circa 29 secondi d’arco.

Le osservazioni si sono protratte per quasi un’ora e hanno visto prima l’utilizzo del rifrattore e poi del catadiottrico.

L’immagine nel piccolo 3 pollici a f16 appariva emozionante, tendenzialmente quasi perfetta e ricca di particolari come le prominenti indentature delle cuspidi, una ampia e non uniforme ombreggiatura al terminatore e anche una palpabile disomogeneità di chiarore tra le nubi della parte gibbosa.

Ho utilizzato sia l’ortoscopio Vixen da 7mm. che quello da 5mm., entrambi con barilotto da 0,965”, per poteri compresi tra i 250x e i 180x. Ammetto che l’immagine a 180x fosse assolutamente incantevole tanto che ho ripreso un paio di video e alcune immagini con metodo afocale sul telefonino Samsung S4.

Quando ho montato il Bausch & Lomb 8000 le condizioni di trasparenza del cielo stavano peggiorando per via di una foschia umida bianca in quota e la presenza di strati sottili ma non perfettamente trasparenti di nuvole.

Nonostante questo l’immagine all’oculare da 12,5 mm. plossl (circa 170x) si fregiava di una buona definizione e benché apparisse più “morbida” e meno contrastata rispetto a quella permessa dal rifrattore si faceva apprezzare per una generale correttezza geometrica e cromatica.

Perdevo, rispetto al doppietto a lungo fuoco, la percezione delle variazioni di albedo delle nuvole ma restavano ben visibili le cuspidi e l’ombreggiatura al terminatore.

Nel lembo gibboso notavo una minore nitidezza ma in generale l’immagine mi è piaciuta benché non sia all’altezza di quella offerta dal CN-212 con cui ho operato però in condizioni di migliore trasparenza.

Accettate le buone performances del Bausch & Lomb va detto che il 76/1250 offre sicuramente una marcia in più nell’osservazione visuale del secondo pianeta del sistema solare. Sicuramente la maggiore apertura del catadiottrico si fa apprezzare in fotografia per evidenziare con filtri selettivi l’andamento delle principali nubi atmosferiche, ma se l’intento è quello di stare con l’occhio all’oculare c’è poca storia, nessun catadiottrico supera un ottimo doppietto da 8 o 10 cm. nell’osservazione venusiana, specialmente in pieno giorno.

Le condizioni di velo del cielo e la presenza di alberi ad alto fusto sulla visuale mi hanno invece precluso l’osservazione di Mercurio che ho dovuto rimandare.

Qui sopra due immagini del pianeta Venere riprese con il 76/1250 in modalità singolo scatto, metodo AFOCALE sutelefonino Samsung S4. Elaborazione minima solamente per inserire dati e correggere i valori espositivi. Sotto invece una immagine risultato dello stacking di un video ripreso sempre in afocale su telefonino in pieno giorno. La possibilità di usare più frames si risolve in una buona pulizia di immagine che permette maggiore godibilità al lavoro finale.

Interessante è stata l’osservazione di URANO, in questo periodo brillante di magnitudine 5,7 e con un diametro angolare di 3,5 secondi d’arco. Il pianeta risulta non molto alto e la finestra osservativa permessa dalla presenza degli alberi ad alto fusto non è ampia. L’inquinamento luminoso milanese inoltre non aiuta ma nonostante questo il pianeta ha fatto bella mostra di sé ai 178 ingrandimenti permessi dall’oculare ortoscopico Vixen da 7 millimetri. Impossibile pensare di vedere più del disco ma questo si mostra ben netto e definito, piccolo ovviamente ma leggermente segnato da un colore grigio verdino che lo rende ben caratterizzato. Ho provato ad aumentare gli ingrandimenti a 210x circa (ortoscopico da 6mm.) ma l’immagine tendeva a divenire più buia e meno affascinante che al potere inferiore.

Sicuramente sotto cieli più scuri la dominante cromatica avrebbe avuto maggior risalto e anche un ostico e buio pianeta come Nettuno comparirebbe ben riconoscibile e con un accenno del suo caratteristico blu.

OSSERVAZIONE SOLARE

Non vi è dubbio che le caratteristiche proprie dello strumento lo rendano adattissimo all’osservazione solare, quantomeno in luce bianca.

Il primo test sul Sole è stato effettuato adattando un filtro in vetro a tutta apertura nato e pensato per il rifrattore FCT-150 Takahashi.

Le immagini che l’Antares 76 fornisce sono ovviamente molto buone, sia per dettaglio che per pulizia di immagine. Purtroppo nelle giornate di test il nostro Sole forniva poche macchie di generose dimensioni ma quelle visibili si mostravano con grande incisione sia nelle aree di ombra che di penombra con alcune screziature di rilievo.

E’ stato bello osservare anche la granulazione solare che, pur meno evidente di quanto appaia in strumenti di diametro maggiore, si lascia guardare bene evidenziando anche brillamenti lievi e disomogeneità nella sua texture. Non serve esagerare con gli ingrandimenti tanto che già il 20mm. (potere di circa 62x) “sgrana” la superficie e il 12,5 (100x) permette una bella visione seppur tenue nella percezione dei contrasti di tinte molto vicine tra loro.

Colto da spirito di abnegazione ho voluto tuffarmi nell’astronomia visuale solare di molte decadi fa e ho rispolverato un filtro solare da oculare in barilotto da 0,965 pollici.

Per essere certo che lavorasse in accettabile sicurezza (contenendo comunque molto i tempi osservativi per non surriscaldarlo oltre misura) ho creato un diaframma anteriore con apertura libera di 40 millimetri (portando così il rapporto focale complessivo a f31,25) e inquadrato la nostra stella.

Il filtro usato è il classico SUN GLAS della Vixen montato sulla filettatura del barilotto di un oculare Kellner da 20 mm. che offre, sul rifrattore Antares, circa 62x.

L’osservazione, o meglio l’esposizione al Sole, si è protratta per circa 20 minuti con un aumento della temperatura del filtro davvero contenutissimo e non superiore ai 7 gradi.

La visione mi ha lasciato favorevolmente impressionato. Va detto che il seeing della giornata era piuttosto basso ma nonostante questo la definizione dei particolari visibili era soddisfacente. Un gruppo di macchie si rincorrevano con una notevole quantità di dettaglio (macchie centrali, penombra, screziature, alcune zone di brillamento, e anche un accenno della granulosità superficiale). L’immagine offerta dal 9mm otoscopio (potere di 139x circa) mostrava le classiche “ciglia” che striano le zone di penombra delle macchie. La cosa si coglie solo a tratti per via della agitazione atmosferica ma è stupefacente se si considera che l’obiettivo era diaframmato a 40 millimetri!

Il gruppo di macchie denominato AR 2443 ripreso nella giornata del 31 Ottobre 2015 con il rifrattore Antares 76/1250 diaframmato a 40 millimetri e smartphone Samsung S4 - singolo scatto con proiezione oculare da 20 millimetri Kellner da 0,965" e zoom digitale.

Elaborazioni in falsi colori sopra e sotto.

La nuova esperienza ci porta a considerare quantomeno eccessivi i timori che circolano sul web a proposito dei filtri solari. Decine di siti e video che ammoniscono dal loro utilizzo pena danni irreparabili (file di lapidi ai campi santi che riportano la storia di incauti astrofili la cui testa è stata tagliata in due da un raggio laser solare…) hanno creato una sorte di illogico terrorismo che va valutato per ciò che è (diceria o mala informazione) e usato come monito a operare nel modo corretto.

Ritengo ridicolo testare questi piccoli filtri al fuoco diretto di strumenti da 20 cm. o più con rapporti focali medio corti e bearsi del fatto che i filtri si rompano.. Altrettanto ridicolo considero le voci da forum e il tam-tam corale di "sentito dire" bolla questi pezzettini di vetro come oggetti da cui stare alla larga a tutti i costi.

La verità, come sempre, sta nella logica, nello studio e comprensione dei fenomeni fisici e nella corretta applicazione delle specifiche di fabbrica (dopo averle quantomeno condivise "teoricamente" per non rischiare di incappare in problemi di varia natura).

Limitare a rapporti focali maggiori di f30 e a diametri di obiettivo intorno ai 4/5/6 cm. la strumentazione usata significa generalmente operare con margini di tenuta sufficienti a garnatire l'integrità dei filtri che subiscono in queste condizioni aumenti di temperatura misurabili in una decina di gradi o poco più.

Anche limitare l'esposizione dell'occhio non è poi male poiché il filtraggio agli UV dei vecchi filtri da 0,965" risulta un poco "misterioso" e potrebbe accadere che lunghe permanenze all'oculare possano arrecare affaticamento eccessivo.

Dal punto di vista prettamente estetico va detto che l'immagine del disco solare restituita dai filtri da 0,965" vira generalmente intorno a un giallo verdognolo e che il dettaglio visibile, anche con pochi cm. di lente, è di tutto rispetto e molto piacevole.

Parallelamente va anche sottolineato che la disponibilità di filtri a tutta apertura in Astrosolar che oggi il mercato offre a prezzi competitivi rende logicamente più consigliabile rivolgersi a uno di questi schermi per l'osservazione solare avendo a disposizione il pieno diametro del telescopio impiegato. Prima che venisse commercializzato il Mylar, e oggi l'Astrosolar, i prezzi dei filtri in vetro a tutta a pertura erano davvero elevati (specialmente quelli di qualità) e non è difficile capire come i piccoli filtrini SUN da 0,965" abbiano trovato ampio impiego in campo amatoriale.

UN CORREDO DI FILTRI COLORATI

Un rifrattore a f16,4 di svariate decadi fa nasceva con il principale intento, già sottolineato, di offrire al suo possessore ottime visioni degli oggetti del sistema solare e anche dei sistemi multipli luminosi.

A suo corredo non potevano quindi mancare filtri colorati adeguati che, in alcune circostanze, possono aiutare ad estrarre informazioni più dettagliate di formazioni nuvolose, calotte polari, regioni a basso contrasto.

Poiché il 76/1250 in mio possesso lavora con accessori da 0,965” desideravo trovare filtri in questa misura senza essere costretto a snaturare lo strumento con adattatori di diametro maggiorato.

Il web mi è venuto incontro e dopo una ricerca infruttuosa presso mercatini vari mi sono imbattuto nella produzione cinese e ho acquistato un set (tutti i pochi colori disponibili) completo con filetto e passo adeguato. Rosso, giallo chiaro, verde, azzurro, avrei voluto tanto avere un violetto medio ma non sono stato capace di trovarlo, hanno quindi completato il set-up fornendo un buon range di impiego che mi appresto a testare.

Al momento dell’acquisto non mi sono illuso di aver trovato filtri di alta qualità ottica ma speravo che le ridotte dimensioni potessero compensare eventuali imperfezioni di lavorazione o correzioni non troppo spinte.

Indipendentemente da ciò reputo questi oggettini “di antico sapore” realmente deliziosi e irrinunciabili, anche solo per il piacere edonistico che il loro possesso offre.

CONCLUSIONI

Come si può resistere al fascino di un rifrattore vecchio stile? Io non ne sono capace... Riescono a lasciarmi indifferente i moderni tripletti fotografici di diametro ben più generoso ma questi semplici Fraunhofer lunghi esercitano un magnetismo che mi lega a loro.

Ancora oggi possono produrre buone immagini dei principali oggetti del sistema solare e garantire osservazioni piacevoli, su alcuni targhe molto più appaganti dei loro cugini da 3 pollici ED a corto fuoco.

Il loro unico vero difetto è quello di richiedere montature di buon livello per poter essere sfruttati. Impensabile, se non per semplice esposizione, utilizzare i loro stativi originali ed estremamente raccomandate montature con capacità di carico superiore ai 10 kg. Se una pur ottima Great Polaris tende a rappresentare il minimo sindacale per gestire la lunga leva imposta da un tubo ottico lungo ben oltre 1 metro consiglio di rivolgersi a stativi con portata comparabile a quella garantita dalle Ioptron Ie45, Synta EQ6, Losmandy GM8, Takahashi EM-11 e similari.

Così validamente sostenuto uno strumento di alta qualità ottica come l’Antares oggetto della nostra prova sfoggia molte frecce e può essere un compagno intrigante.

Tassativamente da usare con il suo corredo originale (quindi tutto in diametro da 0.965”): oculari kellner lunghi, ortoscopici corti e un buon diagonale prismatico.

Nel caso foste stati contagiati dal desiderio di un 80 f15 simile al mio vi do un ultimo prezioso consiglio. Scegliete uno strumento a tubo lungo (più raro) e scartate le versioni con estrazione eccessiva dei tubi di focheggiatura (che sono scomodi e introducono disallineamenti importanti). La maggior parte dei rifrattori vintage a lungo fuoco che pervadono i mercatini sono di questo tipo quindi abbiate la pazienza di attendere “quello giusto”.

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