L'ESPLORAZIONE DEL CIELO NOTTURNO CON IL BINOCOLO

libro di Patrick Moore

Agosto 2016

INTRODUZIONE

Patrick Moore è un autore stimato (scomparso nel 2012 all’età di 89 anni) con al proprio attivo almeno una settantina di libri e articoli di cui è stato interamente o parzialmente autore. Si tratta perciò di una “voce” autorevole e con una ampia esperienza sul campo oltre ad essere legato  alla Royal Astronomical Society che ha istituito una medaglia al suo nome.

Quando acquistai il suo libro “L'ESPLORAZIONE DEL CIELO NOTTURNO CON IL BINOCOLO”, edito da Il Castello e giunto nel 2006 alla quarta edizione, lo feci con la sensazione di essermi fino ad allora perso “qualcosa” e con la voglia di colmare la lacuna.

Motivo dell'acquisto un regalo a mio padre che fosse la parte cartacea del più cospicuo binocolo da 100 millimetri angolato a 45° con oculari intercambiabili che formava il “corpus” del presente in occasione del suo sessantatreesimo compleanno.

Benché il fine primo del mio regalo fosse quello di dotare il “grande capo” di uno strumento più importante e potente del pur bellissimo Zeiss 8x30 per scrutare le vette montane, i rifugi, e le mucche al pascolo dalla nostra baita posta a 1800 metri sulle Alpi Valdostane, in me albergava la segreta convinzione che mio padre si sarebbe lasciato in qualche modo sedurre dalle visioni notturne della Via Lattea che il grosso binocolo offre.

L'OPERA E LA SUA INCONGRUENZA

Il libro è composto da 208 pagine suddivise in 12 capitoli e 6 appendici. Si tratta di un volumetto in formato ridotto (poco superiore al A5) stampato in monocromatico, ben argomentato e anche ben scritto con alcune caratteristiche salienti che ne determinano il carattere e la fruizione.

Patrick Moore, prima di addentrarsi nella descrizione delle 88 costellazioni riconosciute dall'International Astronomical Union, si permette una lunga digressione per infarinare il lettore su quanto necessario all'osservazione consapevole del cielo. La luce, le stelle, il sistema solare, un minimo di storia dell'astronoma, un accenno di spettroscopia e una valutazione dei sistemi ottici principali.

Si tratta di una di quelle sezioni che l'astrofilo evoluto può saltare (ammesso che ne conosca i fondamenti, cosa che mi capita sovente di riscontrare come non vera) per giungere al corpo utile del testo. Questi si dipana, dopo aver presentato la vista del cielo stagionale nell'emisfero nord e sud, nella descrizione delle 88 costellazioni completa di un cartina dedicata e della parte descrittiva che dovrebbe contenere quanto il retro di copertina indica, e motivo per cui il libro in teoria viene acquistato.

Leggendo il retro riporto, testualmente, quanto indicato e senza correzioni o modifiche di sorta:

 

Per apprezzare la bellezza del cielo notturno, con le sue innumerevoli Stelle, le sue nebulose e le galassie remote, tutto ciò di cui si ha bisogno è un buon binocolo e questa guida. In L'Esplorazione del cielo notturno con il binocolo Patrick Moore descrive come osservare le stelle, le costellazioni, i cambiamenti stagionali del cielo, della luna e delle comete senza dover comprare un costoso telescopio. Questa guida è perciò l'inizio ideale per scoprire l'universo e i suoi componenti.

 

A seguire, in caratteri cubitali, si continua con una citazione tratta da un articolo comparso sulla famosa rivista americana Sky & Telescope:

 

...una guida per i principianti utile per osservare il cielo con il binocolo”.

Ora, tralasciando gli errori di punteggiatura e di utilizzo delle maiuscole, il problema maggiore è rappresentato dal fatto che quanto scritto non corrisponde in alcun modo a verità.

Chiunque dovesse comprare il volume con l'intento di usarlo a guida dell'osservazione del cielo con il binocolo commetterebbe un grave errore.

Bisogna dire infatti che Patrick Moore è stato un grande osservatore di stelle variabili, di cui il nostro cielo è pieno, e chiunque si sia mai occupato di “variabilia” sa bene che il primo strumento di indagine è (o almeno è stato fino a non molti anni fa) il binocolo.

Sicuramente sono passati più di vent'anni ma ammetto di essermi occupato in prima persona e per un certo periodo di ricerca di stelle novae galattiche.

Si tratta di una ricerca poco pubblicizzata e a portarla avanti sono oramai davvero in pochi (e francamente non li capisco più...) ma per effettuarla si usa il binocolo, possibilmente il classico 7x50, e si trascorre ogni sera di cielo sereno (ogni sera amo ribadire) controllando la regione di cielo assegnata (nel mio caso le costellazioni della Lyra e della Vulpecula) e annotando qualsiasi variazione di luminosità delle stelle accessibili o comparsa di “nuove luci”.

Qualcosa di analogo si fa nel controllo della variabilia... I periodi di variazione sono eterogenei e passano da poche settimane a qualche mese (almeno per gli astri che vedono variazioni di alcune magnitudini) e per seguirli occorre una buona conoscenza del cielo e di stelle di riferimento.

Come dicevo, Patrick Moore è uno di quegli astrofili scrittori appassionati di variabilia.

Leggendo il suo libro qui recensito la cosa è evidente ed invadente tanto che più di metà (direi un buon due terzi) dello spazio dedicato ad ogni costallazione è incentrato sulle variabili in essa presenti.

Da turistico osservatore binoculare (posseggo un 8x30, un 100x20/40 oltre ad un binoscopio 130/1000) non posso non approvare il richiamo ad “alcune” stelle variabili particolarmente eclatanti nella loro stagionale o veloce mutazione di luminosità, ma devo purtroppo biasimare una scelta così sbilanciata a loro favore.

APPROFONDIMENTI E SPIEGAZONI

Affinché i lettori possano comprendere il senso compiuto delle mie parole desidero riportare interamente (e la scelta è puramente casuale) quanto scritto a proposito della costellazione dell'Ofiuco (grande asterisma primaverile e di inizio estate) ricco di oggetti binoculari.

Il libro di Moore, dopo la cartina schizzata a mano di presentazione, racconta quanto a seguire:

Cartina stellare della costellazione dell'OFIUCO presente sul libro (sono fatte tutte così)

Immagine della pagina del libro inerente la costellazione dell'Ofiuco

Ritengo di potere, commentando quanto offerto dal libro a riguardo della grande costellazione dell'Ofiuco, generalizzare molto bene le caratteristiche e i limiti dell'opera.

Venti righe scritte di cui le prime 13 sono dedicate alla presentazione delle stelle principali della costellazione e alle variabili presenti.

Le ultime sette descrivono, in modo sucinto oserei dire, le “bellezze” osservabili con un binocolo e che, secondo l'autore, sono gli ammassi globulari M10, M12, e poi (esattamente così citati) i M19, M9, ed M14 (a cui non è dedicato nemmeno un aggettivo di qualsivoglia natura).

Chiunque abbia vagato tra le plaghe dell'Ofiuco (Camille perdonami se attingo così sovente al tuo meraviglioso modo di scrivere) si è reso conto di quanto facili siano da rintracciare i due ammassi principali che sono appunto i globulari M10 ed M12 oltre ad apprezzarne la diversità (concentrazione e luminosità centrale). 

Il testo invece cita: “Ho sempre trovato molto difficile localizzarli con binocoli”, frase a mio modo di vedere sconcertante come lo è la totale assenza di un minimo di descrizione di quanto alla portata, ad esempio, di un classico 7x50. Parimenti scioccante è la mancanza di riferimenti e informazioni sui due ammassi oltre che sui restanti M19, M9 ed M14 (quest'ultimo tra l'altro si trova vicino ai due principali).

Se poi ci si sofferma qualche riga più in su viene da chiedersi se questo signore abbia mai davvero osservato l'Ofiuco o se, semplicemente, abbia sbagliato a dare titolo alla propria opera.

Cita il colore arancione della Beta (correttamente) ma nemmeno gli sorge il dubbio di dover citare, nello stesso campo binoculare, il bellissimo ammasso IC 4665 (che è semplicemente spettacolare da osservare e che risulta forse l'oggetto binoculare più intrigante della costellazione)?

E, sempre in tema di oggetti del cielo profondo che rendono interessante la costellazione, perché non fare nemmeno un riferimento alle nebulose oscure che punteggiano la zona di cielo a sud vicna all'ammasso M9?

Il fatto che che Patrick Moore non le abbia viste è sicuramente impossibile dato che, e vado a “braccio”, parlando della vicina costellazione di Ercole indica come visibili ad occhio nudo gli ammassi globulari M13 ed M92 (!) 

Di M13 dice “Esso è debolmente visibile ad occhio nudo tra Eta e Zeta, decisamente più vicino ad Eta”, mentre a M92 dedica un incoraggiante “M92, scoperto da J.E. Bode nel 1777, è più debole, e si trova ai limiti della visibilità ad occhio nudo...”

Non conosco né l'acuità visiva dell'autore né i cieli da cui solitamente opera ma sfido chiunque di voi a rintracciare M92 ad occhio nudo dato che brilla di una magnitudine integrata pari a 6,52.

Ne avrei per ogni costellazione e quasi per ogni pagina dell'opera ma non intendo diventare né ripetitivo né eccessivamente critico anche perché, in sé, l'opera è piacevole se si è variabilisti accaniti (anche se forse, in questo caso, non credo si abbia bisogno del libro di Moore).

Trovo invece non deprecabile la scelta di offrire “cartine celesti” di riferimento disegnate a mano, in modo anche fanciullesco, che sono più che sufficienti all'impiego binoculare. Considerando però la magnitudine limite a disposizione dell'autore mi sarei aspettato cartine molto più dettagliate.

Ho voluto dare altre chances al buon Patrick tanto che, in un tardo pomeriggio di fine agosto, dopo una giornata di pioggia e nuvole quasi autunnali, uno spiraglio di sereno mi ha consigliato di rimettere occhio al binocolo (affinché non vi siano fraintendimenti l'intero libro l'ho letto più volte in momenti diversi...).

Ero munito di spirito clemente e altruista e così ho aperto le pagine del suo libro alla costellazione del Cigno ma, prima ancora della solita lunga tiratera sulle stelle variabili più o meno alla portata di un binocolo standard 7x50, mi sono imbattuto in una frase che ha raffreddato qualsiasi buon proposito. Parlando della bella Albireo (stella doppia con componenti ben luminose e distanza angolare di oltre 34”) si legge: “Sono riuscito a separarla con 20x, ma non facilmente”.

Un brivido mi è corso lungo la schiena accompagnato da una strana sensazione di rifuto e per non rischiare di venire tradito dalla memoria ho accantonato il mio grosso binocolo 100x20 e ho imbracciato il piccolo Zeiss 8x30, puntanto il becco del Cigno.

Con i suoi limitati 3 cm. di apertura e un ingrandimento compatibile con le peggiori osservazioni di Moore la doppia giallo/blu si è mostrata perfettamente sdoppiata (benché le componenti fossero ovviamente vicinissime) su un cielo scuro.

CONCLUSIONI

Patrick Moore merita rispetto, se non altro per la vita dedicata all'astronomia e quindi mi risulta particolarmente difficile criticare il suo lavoro. Una lunga militanza e tanti scritti non significano però che tutti siano di alta qualità o “indovinati”.

Il libro costa 17,10 euro presso “Unilibro.it” con spedizione gratuita e 19,00 euro + spese di spedizione comprese tra i 4,00 e i 6,00 euro presso altri rivenditori on line. Benché mi piacciano i “libretti” devo sinceramente ammettere che non consiglio l'acquisto di questo né al neofita (per cui è lo ritengo quasi inutile) né all'osservatore esperto (per cui è altrettanto quasi inutile – ma per motivi diversi). Al variabilista infine, mi perdoni la memoria del buon Patrick Moore, nemmeno poiché esistono opere più interessanti, precise e complete.

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