102 CONTRO: acromatico e apocromatico, test lunare

Dicembre 2015

Nell'inverno tra l'anno 2015 e 2016 ho voluto effettuare un test comparativo tra due strumenti dai natali e pretese molto diversi: un acromatico 102/920 autocostruito con un tubo della stufa e un un superbo Takahashi FS-102, rifrattore che più di tutti gli altri ha saputo incarnare il concetto di apocromaticità in 4 pollici, punto di arrivo per una generazione di astrofili desiderosi di accarezzare le prestazioni delle sue ottiche alla fluorite.

Poiché siamo continuamente catechizzati da chi vorrebbe che la meccanica di super precisione debba necessariamente essere applicata anche a piccoli trumenti a rifrazione (tra cui i 10 cm. a f10 circa sono l'emblema) con la ovvia logica di vendere qualcosa che a mio avviso non serve (o non serve abbastanza quantomeno) ho desiderato, ancora una volta, provare a verificare se tanta preoccupazione e precisione sia effettivamente utile.

Il bel giapponese stava trascorrendo una vacanza a casa mia in attesa che, su incarico del proprietario, pulissi alla perfezione le sue ottiche che denotano una lieve opacizzazione sul flint (problema non assillante dal punto di vista prestazione ma più fastidioso da quello psicologico).

Il confronto tra i due strumenti sembrerebbe impari ma i primi risultati emersi sono stati molto meno severi di quanto mi attendessi.

Va detto che, dopo aver montato fianco a fianco i rifrattori (lo STUFACHRO sulla sua Vixen Super Polaris con colonna e il Takahashi FS102 sulla solidissima Ioptron CEM-60 e colonna fissa) avevo la sensazione che i due si sarebbero più o meno equivalsi.

Il doppietto Meade 102/920 acromatico aveva dato modo di esibire, dopo le correzioni apportate alla geometria del posizionamento dei suoi elementi e dopo la fine collimazione ricevuta il giorno prima, uno star test invidiabile con una correzione geometrica quasi esemplare.

A differenza il FS-102 aveva qualche sera prima esibito una traccia di astigmatismo proprio durante lo star test dedicato. Si trattava di una inezia ma il passaggio dalle posizioni di intrafocale a quelle di extradotale denunciava inequivocabilmente due assi maggiori contrapposti di allungamento dell’immagine.

Sulla base di queste prime indicazioni ho puntato la gialla Capella in una posizione di cielo già accettabilmente alta da poter essere discriminante.

Il confronto sullo star test è avvenuto con gli oculari da 10, 6 e 4 millimetri in configurazione plossl simmetrico e senza utilizzo di diagonale.

Se ai poteri minori le differenze in piena focalizzazione si traducevano in un nulla o quasi, al potere offerto dal 4mm. (230x sullo Stufachro e 205x sul FS-102) il carattere dei due strumenti è emerso più marcato.

Il Takahashi esibiva uno star test migliore con totale assenza di cromatismo (anche il colore di Capella aiuta un po’ in questo), immagini intra ed extra quasi identiche, una buona focalizzazione ma una non ottimale pulizia del disco di Airy.

Lo Stufachro, pur con una geometria degli anelli di Fresnel molto convincente e assenza di sferica e astigmatismo, mostrava una maggiore luce diffusa e una dominante interna purpurea in extradotale ed esterna bluastra in intrafocale. L’ammontare della cromatica residua era però molto molto limitata.

L’immagine a fuoco era però tendenzialmente più valida di quella offerta dal Takahashi con sicuramente più luce diffusa un poco sfrangiata intorno alla stella ma anche con un disco di Airy più netto e ben visibile.

A integrazione di quanto sopra va detto che il seeing della serata marciava su valori piuttosto limitati e non ha mai superato i 5/10. Inoltre, e questo spiega probabilmente il non perfetto comportamento del Takahashi durante lo star test, il giapponese non aveva ancora raggiunto il perfetto equilibrio termico che mi sono però premurato di affinare prima dell'osservazione lunare successiva.

Per avere maggiori dati al confronto ho atteso che la Luna quasi piena si alzasse e si trovasse in posizione molto alta nel cielo. Le nuvole che andavano e venivano hanno reso il test difficile ma nei momenti di calma e trasparenza sono emerse indicazioni importanti e piuttosto precise.

La sfida si è limitata a due regioni lunari molto interessanti: la zona dei MONTES AGRICOLA con l’ampia rosa di rimae e crateri disponibile oltre al contorno piuttosto monotono che evidenzia domi e dolci rilievi, e il cratere PITAGORA e dintorni.

Per trovare qualche differenza tra i due strumenti, operanti a 230 e 205x Stufachro e Takahashi rispettivamente, ho dovuto indugiare molto e a lungo. Per non rischiare che il treno ottico inficiasse il paragone ho usato lo stesso diagonale e lo stesso oculare su entrambi gli strumenti salterellando da uno all’altro continuamente.

In alcuni momenti sembrava che il Takahashi fosse superiore, in altri che l’acromatico rendesse una immagine più "morbida" e piacevole: sicuramente i dettagli mostrati dai due telescopi sono stati identici. Nessuna differenza sostanziale li divideva se non la tonalità restituita: più calda e gialla nell’acromatico e più bianca-grigia nella fluorite giapponese.

Muovendomi al terminatore tra le plaghe contrastate di Pitagora e dei suoi crateri vicini ho potuto confrontare la resa dei telescopi sugli alti contrasti, saturazione delle ombre e discernimento dei particolari sui terrazzamenti interni del cratere esposti in pieno sole oppure sui detriti interni al bacino del cratere (che vengono visualizzati quasi di profilo).

Capire quale dei due strumenti mi piacesse di più ha richiesto anche qui un po’ di tempo e ho dovuto convenire che i particolari fossero nuovamente praticamente identici. Lo Stufachro non sembrava inoltre esibire cromatica residua che invece diventava più visibile sul lembo opposto della Luna in piena illuminazione. Il Terminatore era invece molto neutro anche se generalmente più giallastro rispetto all’immagine fornita dal Takahashi.

Ho indagato lungamente l’area di Babbage e la pianura interna ad Anassimandro con i suoi microcraterini e la “polvere” disposta qua e là e mi sono imposto di scegliere un vincitore, a tutti i costi. Con un punteggio virtuale di “100 contro 95” ho scelto il Takahashi ma sfiderei chiunque a un verdetto schiacciante.

La ora buona trascorsa tra i domi e crateri lunari mi ha però lasciato una sensazione importante che può aiutare a giustificare il sostanziale pareggio (molto umiliante per il giapponese o se si preferisce estremamente gratificante per l’acromatico americano. Sicuramente il seeing non eccelso ha livellato un poco le prestazioni (ma momenti di seeing buono, pur brevi, ci sono stati e i particolari che emergevano su entrambi gli strumenti erano tantissimi e assolutamente pari) ma più di questo ho “sentito” che l’ingrandimento al quale lo Stufachro lavorava era prossimo al suo massimo (che stimo intorno ai 250x sulla Luna) mentre il Takahashi (che veleggiava a 205x) aveva nel suo arco ancora un centinaio di “x” da stendere.

Mi rendo conto che non sia tanto a giustificare il divario di prezzo teoricamente elevatissimo (un FS-102 si compra oggi a 1600 euro mentre il mio Stufachro è costato di soli materiali circa 1/10 a cui va però aggiunto molto lavoro di affinamento) ma effettivamente i due strumenti viaggiavano a braccetto sul suolo selenico.

Probabilmente, e questo in virtù della differente risposta spettrale dei due obiettivi, nell’osservazione planetaria il divario si amplierebbe molto raggiungendo il suo apice sul pianeta Marte dove la correzione più spinta del Takahashi nella riga rossa offrirebbe un plus ineguagliabile.

Poiché risulta sempre molto difficile trasmettere in modo oggettivo quello che viene definito dagli anglosassoni “amount of chromatic aberration” ho scattato una fotografia a una porzione di disco lunare non centrale all’immagine tarando il telefonino (l’immagine è ripresa in afocale con proiezione oculare da 17mm. plossl su uno smartphone Samsung S4) affinché valutasse l’esposizione corretta sul cielo nero di fondo e portasse quindi ad una sovraesposizione del nostro satellite (l'immagine sotto riportata è un ingrandimento della porzioe di fotogramma contenente il disco lunare). Diventa così facile esaltare il bordo colorato non a fuoco portando in risalto la radiazione blu/violetta rimanente. Sia dato per accettato che l’immagine nel FS-102 sarebbe priva di tale alone. Si può notare come il defocus della porzione blu/violetta risulta tutto sommato contenuta benché visibile.

CONCLUSIONI

Le conclusioni a cui ho potuto addivenire confrontando due strumenti tanto diversi sono piuttosto chiare.

Innanzitutto va sottolineato quanto un obiettivo acromatico, quando davvero ben lavorato, possa offrire prestazioni visuali non troppo distanti da quelle di un apocromatico di alta classe, almeno su un soggetto ad alto contrasto come quello Lunare. 

la seconda conclusione, che questo test semplicemente ribadisce come in tante altre personali esperienze, è che (se non ci sono fini fotografici o di utilizzo di accessori pesanti) dotare un rifrattore da 10 cm. di meccanica sofisticata è una mera perdita di tempo e soldi, almeno nelle applicazioni visuali.

La tecnologia poverissima che ha prodotto lo Stufachro (nato da tubi in lamiera storti) ne è la controprova e il mantenimento del fuoco oltre alla totale assenza di aberrazioni geometriche introdotte dalla meccanica il sigillo.

Il tubo è stato tagliato a flessibile a mano, il focheggiatore è un vecchio e bistrattato Vixen a pignone e cremagliera, gli accoppiamenti sono stati “forzati” per rimettere in calandra il tubo… Eppure lo strumento lavora al limite teorico delle sue possibilità. E’ indubbio che l’ottica sia stata lavorata alla grande ma è altrettanto vero che era stata assemblata in modo quantomeno approssimativo.

Ora mi chiedo a cosa possa servire spendere 1000 o 2000 euro per un rifrattore acromatico di pari diametro.

Il confronto con il Takahashi FS-102 è risultato quasi pari sulla Luna e le differenze tanto modeste da essere quasi trascurabili. Forse su altri soggetti avremmo assistito ad una maggiore supremazia del prodotto giapponese ed è indubbio che la sua qualità costruttiva ne fa un prodotto più solido e duraturo. Però, in soldoni, con un acromatico self made in cantina che usi ottiche di buon livello si vive felici e si osservano (e anche fotografano) stelle e pianeti in modo più che dignitoso.

Per riscontro riporto qui sotto una immagine di Giove ripresa in condizioni di seeing non eccezionali con una banale camera C-MOS a colori di “primo prezzo”: la QHY5L-II color. Barlow 2x e il rifrattore acromatico 102/920. Giudicate voi…

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